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Delitto di Avetrana (La soluzione)

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Egli libererà il povero che grida
e il misero che non trova aiuto,
avrà pietà del debole e del povero
e salverà la vita dei suoi miseri.
Li riscatterà dalla violenza e dal sopruso,
sarà prezioso ai suoi occhi il loro sangue.

Quia liberabit inopem clamantem
et pauperem, cui non erat adiutor.
Parcet pauperi et inopi
et animas pauperum salvas faciet.
Ex oppressione et violentia redimet animas eorum,
et pretiosus erit sanguis eorum coram illo.

Salmo LXXII, vv. 12-14.

L’intricata faccenda del delitto di Avetrana possiede qualcosa che possa richiamare l’attenzione di un decifratore di enigmi ermetici? Troviamo qui gli stessi complessi simboli della Grande Arte? Assolutamente no! Ma la confusione che si è generata è tale che qualcuno in televisione l’ha paragonata all’acqua del fiume quando si mescola con l’acqua del mare e non è più possibile distinguerla. Bella metafora che descrive chiaramente l’uccisione di Sarah Scazzi, cioè su chi possa essere stato il suo possibile assasino: lo zio Michele Misseri con le sue innumerevoli versioni, la zia Cosima Serrano o la cugina Sabrina Misseri? Un bel guazzabuglio che non farebbe certo brutta figura in un testo ermetico dove per il profano appare impossibile distinguere la verità che si nasconde nell’allegoria. Tutto ciò doveva necessariamente attirare l’attenzione del filosofo, soprattutto per il lato umano della vicenda.

Cominciamo dall’inizio, da quel giovedì 26 agosto 2010, quando quattro ragazze decisero di prepararsi per andare al mare. Cioè Sabrina, Sarah e le sorelle Mariangela e Alessandra Spagnoletti. La loro unica preoccupazione, in quella manciata di minuti, era quella di prepararsi e arrivare all’appuntamento della compagnia: un rituale ormai collaudato in quelle giornate estive. Una specie di corsa contro il tempo. Niente di più.
Negli Atti scritti in Taranto il 21 8 2010, dal Giudice per le indagini preliminari, il Dottor Martino Rosati, pubblicati su Tgcom, leggiamo:
«Spagnoletti Mariangela è l’amica che, con Sabrina Misseri e Sarah Scazzi, sarebbe dovuta andare al mare quel pomeriggio, secondo quanto tra loro convenuto di massima la sera precedente, con riserva di conferma telefonica da parte, appunto, della Spagnoletti, legata ad eventuali suoi contrattempi di lavoro.
Ella riferisce, dunque, che, intorno alle 14.20 (dai tabulati emerge, con più precisione, alle 14.23), liberatasi dal lavoro, ha inviato un sms alla Misseri, del seguente tenore: “Il tempo di mettere il costume e vengo”. Alle 14.24, quindi, Sabrina le ha scritto, sempre via smsavviso Sarah”: ella le ha risposto con lo stesso mezzo, “ok”; dopo di che, alle 14.28 e 40 sec. (come è stato verificato dall’esame dei tabulati), Sabrina le ha inviato un altro messaggio, dal testo “sto tentando in bagno”, del quale ella non si è spiegata il senso: quindi, alle 14,39, mentre già era in macchina per raggiungere casa Misseri, a poche centinaia di metri da questa, Sabrina le ha spedito un altro sms, in cui le diceva soltanto “pronta”».
Il giornalista Salvatore Maria Righi, scrive:
«Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri, riposa nel suo letto. Però ricorda un sms da Mariangela a Sabrina, quello delle 14.23, che secondo lei riposava insieme a lei sullo stesso giaciglio. Sabrina ha detto di essere rimasta ancora sul letto e di essersi alzata solo dopo aver ricevuto lo squillo da Sarah. Sabrina manda un sms a Sarah (14.25 e 8 secondi), seguito da un altro (14.28 e 13 secondi). Tra il secondo sms mandato da Sabrina a Sarah e lo squillo di Sarah a Sabrina passano 13 secondi. Sabrina a quel punto (14.28 e 40 secondi) manda a Mariangela un sms dal tono molto criptico: Sto tentando in bagno».
La signora Concetta Serrano, sorella della signora Cosima e madre di Sarah, ha riferito che quel giorno la figlia non aveva voluto pranzare perché, se andava al mare, voleva fare il bagno subito. Dopo, tutte e due si erano messe a riposare nel letto matrimoniale. Al primo messaggio di Sabrina, continua la signora Concetta, Sarah si alza subito e va a prepararsi.
Per quale motivo Sabrina inviò due sms a Sarah? Questo lo possiamo sapere grazie al TG di una televisione locale, Telerama, in cui Sabrina risponde all’intervista fattale dal giornalista Ciccio Casula a due giorni dalla scomparsa di Sarah.
«Gli ho mandato un messaggio per mettersi il costume per andare al mare. Visto che non mi rispondeva gli ho mandato un altro messaggio, dicendo se avesse letto il primo messaggio, lei mi ha risposto con uno squillo».
Infatti, il primo messaggio di Sabrina inviata a Sarah, dice: «Mettiti il costume e vieni». Il secondo messaggio è una richiesta di conferma: «Hai letto il messaggio?».
La fretta di prepararsi fece dimenticare a Sarah di confermare a Sabrina che aveva letto il messaggio, così lo fece al secondo sms con il suo famoso e ultimo squillo delle 14.28 e 26 secondi. La sua risposta non fu proprio immediata perché, come abbiamo visto, era impegnata a prepararsi.
Oltre alla testimonianza della signora Concetta, abbiamo pure quella di una coppietta che in macchina vide Sarah in Via Verdi, riportata dal programma Chi l’ha visto? La ragazza sostiene che Sarah si è voltata e che si sono guardate, poi «mi è caduto lo sguardo sull’orologio della macchina, erano le 14,30», sono le sue testuali parole. Molto probabilmente era qualcosa di più delle 14,30, dato che Sarah alle 14,28 e 26 sec., si stava preparando. Di solito l’orologio della macchina non è la precisione in sé, potremmo dire le 14,32, ma non di più, perché Sarah deve arrivare a casa di Sabrina prima delle 14,39, altrimenti sarebbe stata vista.

Torniamo a Sabrina. Abbiamo visto che lei ha aspettato lo squillo di Sarah come risposta e poi si è alzata dal letto ed è andata in bagno: «Sto tentando in bagno», frase della quale Mariangela «non si è spiegata il senso», e lo stesso Gip lo definisce «cripto messaggio», come, d’altra parte, il giornalista Salvatore Maria Righi — dal tono molto criptico — che in realtà tanto criptico non è poiché significa semplicemente «sto provando a», quello che in medicina si chiama evacuazione intestinale, confermato pure negli Atti:
«[Sabrina] in ogni caso, ha sostenuto che, prima d’uscire, è andata d’intestino e si è fatta pure la doccia».
Per quanto tempo è stata in bagno Sabrina? Il giornalista aggiunge:
«Nel frattempo alle 14.31, sono passati tre minuti dallo squillo di Sarah a Sabrina e Mariangela è ancora “sospesa”, Sabrina riceve un sms da Angela Cimino. Risponderà all’amica alle 14.35, meno di sette minuti dopo aver ricevuto lo squillo da Sarah. Alle 14.38 la Cimino manda un altro sms a Sabrina, la quale finalmente alle 14.39 e 27 secondi scrive a Mariangela: “Pronta”. Mariangela Spagnoletti ha poi detto di aver ricevuto questo sms quando si trovava ormai in Via Deledda».
Dunque, Sabrina è stata in bagno per quasi sette minuti, e dopo le 14,35 si prepara per andare al mare «e si è fatta pure la doccia».
Proprio nel tempo che Sabrina si trova sotto la doccia, arriva Sarah a casa sua. Infatti, lei arriva tra le 14,35 e le 14,37. Come ha riferito Mariangela, Sarah arrivava sempre prima di lei, e aveva anche un buon motivo per farlo… Questo particolare taglia pure la testa al toro per i sostenitori della teoria che Sabrina e sua madre avessero potuto sentire Sarah mentre parlava con lo zio dato che d’estate si tengono le finestre aperte. Infatti, Sarah non suona il campanello di casa perché incontra lo zio intento a far partire il trattore sulla porta della cantina. Nemmeno la signora Cosima ha sentito nulla giacché, come ha sempre sostenuto, a quell’ora dormiva. Infatti, come abbiamo visto, Sabrina l’aveva lasciata sul letto quando si era recata in bagno. Comunque anche se Sabrina non è ancora pronta, ne ha per poco. Abbiamo sempre prove alla mano, cioè documentato. Infatti, alle 14.39 e 27 secondi invia un altro sms a Mariangela dicendole: «Pronta». E intorno alle 14,40 le due amiche stanno già insieme, di Sarah, invece, non c’è nessuna traccia. È già scomparsa. Si scoprirà solo dopo quarantadue giorni che fine aveva fatto. Cioè che il ragno (Michele) aveva già ghermito la sua mosca (Sarah) e la teneva nel suo buco (cantina).
Come si può vedere il Giudice Supremo ha fornito Sabrina di prove numerose e inoppugnabili. D’altra parte, l’intera mattinata Sarah l’aveva trascorsa insieme a lei. Il giornalista Salvatore Maria Righi, scrive:
«La mattina dello stesso giorno, secondo Concetta Scazzi, sua figlia si alza presto e alle otto va da Sabrina Misseri, la cugina che abita in Via Deledda. Alle 10, ricorda la madre, Sarah torna a casa ed esce di nuovo, per comprare una crema di bellezza alla cugina che lavoricchiava come estetista in casa, nella stanza lasciata libera da Valentina, la sorella sposata che vive a Roma. Poi Sarah è tornata a casa Misseri fino all’ora di pranzo, rientrando a in Vico Verdi II verso le 12.30. Alle 13, Sarah ha accompagnato il padre in macelleria, per rincasare insieme a lui venti minuti dopo».
Sabrina ha raccontato che quell’ultima mattina che trascorsero insieme, Sarah le chiese come al solito se la adottassero. Poi, prima di andarsene, le diede un bacetto sulla guancia dicendole: «Mi raccomando, se si va al mare, chiamami». Fu l’ultima volta che Sabrina vide Sarah.

Cogliamo qui l’occasione, scrive Fulcanelli, per «mostrare ai ricercatori di quale aiuto possono essere, per risolvere i significati nascosti, il semplice buon senso, la logica ed il ragionamento. Ma quante poche persone riflettono, ahimè! Tutte le altre si limitano ad un ragionamento superficiale!
Questa filosofia conferisce a chi la sposa una grande capacità d’investigazione e una notevole e chiara visione delle cose».
Krishnamurti, da parte sua, avverte che «la verità è lì, dove voi non guardate mai».
Infatti, la verità sul delitto di Avetrana sta sotto gli occhi di tutti, coperta solo da una grande confusione, proprio come l’antica filosofia di Ermes, scrive Fulcanelli, «non è comunicabile con un linguaggio chiaro, ma è permesso solo un linguaggio con il velo della parabola, dell’allegoria, dell’immagine e della metafora».

Pertanto, riassumiamo. Sarah, in quel primo pomeriggio di giovedì 26 agosto sapeva che doveva arrivarle il messaggio dalla cugina, più che altro ci sperava, perché per andare al mare lei e Sabrina attendevano l’ok da Mariangela come da accordo della sera precedente. “Ok” che puntualmente arrivò, come arrivarono poi i due messaggi di Sabrina a Sarah.
Il 28 agosto, cioè a soli due giorni dalla scomparsa di Sarah, Sabrina, dall’emittente pugliese Telerama, parla per la prima volta di questi due messaggi. Poi ne parlerà ancora nelle interviste fiume che seguirono. Altri importanti elementi furono diffusi da lì a breve con tutti i mezzi d’informazione, e man mano si delineò un quadro sempre più nitido. Così si seppe che quando arrivò il primo messaggio di Sabrina alle 14.25 e 8 secondi, Sarah riposava insieme a sua madre sul letto matrimoniale e subito si alzò per andare a prepararsi. Così come si seppe che una coppietta la vide poi in Via Verdi alle 14,30.
Quindi, al principio, quando si sospettava che la ragazza fosse stata rapita, si sapeva già tutto. Questo è lo scoglio contro il quale vanno a infrangersi tutti gli illusi che non solo in Italia hanno sospettato di Sabrina — ancor prima di essere accusata — trascinati chi dall’eccessiva fantasia, chi dal desiderio morboso di pescare nel torbido per avere una vittima da sacrificare alla bramosia di lapidare il prossimo, chi sorpresi nella buona fede dall’apparente infallibilità della Magistratura. Questo invalicabile scoglio ermeticamente viene definito il vicolo cieco del labirinto, caro agli pseudofilosofi, come è stato spiegato nella sezione:  Scienza Ermetica — Il quadrato Rotas-Sator —.

Nell’Homepage di questo sito appare quanto scrisse Eugéne Canseliet nella prefazione al libro di Fulcanelli, Le mystère des cathédrales, cioè che «la chiave dell’arcano più grande è data, senza alcuna finzione, da una delle figure che illustrano quest’opera. Nessun Filosofo, a quanto mi è dato sapere, ha colto l’importanza di questo punto essenziale».
Ora, anche qui esiste una chiave, l’unica e vera rivelatrice dell’innocenza di Sabrina. Naturalmente pure questa è data senza alcuna finzione, cioè direttamente, senza una copertura simbolica o allegorica. Inoltre, anche qui nessuno ha colto l’importanza di questo punto essenziale.
Né nell’interrogatorio di Sabrina, né nell’ordinanza si fa riferimento a questa chiave, ossia la testimonianza della signora Concetta. Quante volte Sabrina aveva sentito la zia ripetere che al suo primo messaggio Sarah s’era alzata dal letto, dove riposava insieme a lei, ed era andata a prepararsi? Questo la signora Concetta l’ha ripetuto pure in televisione. Lo stesso Gip, che aveva più volte interrogato la signora Concetta, deve aver ascoltato diverse volte questo fatto. Allora perché nell’interrogatorio di Sabrina nessuno dei due fanno menzione di questa testimonianza che dimostra ampiamente la sua innocenza?
Il Gip restava sul fantastico dicendo, insistendo e scrivendo:
«E, se, come è ben possibile, quello squillo di Sarah stava a significare non che ella si fosse allora mossa dalla sua abitazione, bensì che fosse ormai giunta a casa Misseri…».
Anzi, aggiungeva pure che quello squillo l’avrebbe potuto fare la stessa Sabrina col cellulare di Sarah dopo averla uccisa, nel tentativo di depistare le indagini. È ovvio che Sabrina poteva confutare facilmente queste accuse facendo ricorso alla testimonianza della zia. Perché non l’ha fatto? Lei sapeva, e la zia glie l’avrà detto mille volte, che quando Sarah le inviò lo squillo di conferma era impegnata a prepararsi, quindi, come poteva trovarsi a casa sua? Dicendo questo al Gip avrebbe sicuramente evitato tutti i mesi di carcere che sta facendo. Meriterebbe veramente una bella tirata d’orecchi per tutto il danno che si è causato. Che Sabrina sapesse tutto sin dall’inizio ce ne dà conferma l’intervista fattale dal giornalista Ciccio Casula dell’emittente pugliese Telerama. Infatti, Sabrina dice cose che soltanto la signora Concetta aveva potuto dirle, quando risponde alla domanda se tra i motivi della scomparsa di Sarah ci fosse un litigio con i genitori.
«No, niente. Perché quando se n’è andata stava tranquillissima. Ha detto: “Ma’, io sto andando perché devo andare al mare”. Non ha neanche mangiato per potersi fare subito il bagno. Quindi, ha preso l’asciugamano, lo zainetto e se n’è andata».
Questa lacuna, sia nell’interrogatorio sia nell’ordinanza, è il punto cardine che ha generato tanta confusione in molte persone, e la causa di tutte le sofferenze. Umiliazioni da parte degli altri, chiusa in cella, ecc.
Infine, tanto per mettere la classica ciliegina sulla torta, anche la madre di Sabrina, la signora Cosima, è finita in carcere, perché sembra che inseguisse Sarah con la macchina dopo che era fuggita da casa Misseri intorno alle 14.00. Cioè mentre, come abbiamo visto, Sarah riposava con la madre nel letto matrimoniale e la signora Cosima stava riposando con la figlia ugualmente nel letto matrimoniale.

Su You Tube si trova un video che rivela un’altra testimonianza della signora Concetta, un po’ diversa da quella riportata da me e con un altro particolare.
«Dovevano andare al mare. Io ho chiesto: “A che ora dovete andare?”. Ha detto: “Sabrina mi ha detto, quando si sbriga [Mariangela] andiamo al mare”. Cioè non era sicura circa l’orario. Poi gli è arrivato il messaggio da Sabrina di prepararsi perché dovevano andare al mare».
Come vediamo, la signora Concetta non parla di un messaggio che dice che possono andare al mare, ma afferma che Sabrina scrive a Sarah di prepararsi. Come faceva la signora Concetta a conoscere il contenuto del primo messaggio se nemmeno Sarah l’aveva letto e il cellulare fu in seguito bruciato da Michele Misseri? Soltanto Sabrina che l’aveva scritto avrebbe potuto diglielo. Questo dimostra incontestabilmente che Sabrina e la signora Concetta ne hanno parlato e sicuramente più di una volta in quei 42 giorni che di Sarah non si sapeva nulla. Penso sia normale che all’inizio Sabrina abbia chiesto alla signora Concetta: “Zia, perché Sarah non ha risposto al mio primo messaggio che le diceva di prepararsi, stava dormendo?”. “No, si è alzata subito dal letto ed è corsa a prepararsi”. “Ed io ho dovuto inviarle un altro messaggio”. “E poi ti ha risposto, si vede che prima se n’era dimenticata per la fretta”. Più o meno questo dev’essere stato il ritornello di sempre. E quante altre persone sapevano che Sarah inviò il suo ultimo squillo mentre era intenda a prepararsi? Senz’altro non erano solo la signora Concetta e Sabrina a saperlo…
La persona che ha postato il video su You Tube si firma con lo pseudonimo di Sir Henry Merrivale, il protagonista di romanzi gialli incentrati sul tema del delitto impossibile. Creato da Carter Dickson, uno degli pseudonimi utilizzati dallo scrittore statunitense John Dickson Carr (1906-1977).
Per la presentazione del video, scrisse:
«Sarah aspettava un messaggio di conferma da Sabrina per uscire come confermano sia Concetta che la badante Romena. Messaggio arrivato solo alle 14:25. Dunque Sarah è uscita solo dopo le 14:25, Sabrina non aveva il tempo materiale per fare tutte le cose che dice il padre.
Fonti: “Pomeriggio sul 2” dell’8/11/10, 16/11/10 e 19/11/10, “Chi l’ha visto” del 17/11/10».
Nello stesso video si trova pure quanto dice un giornalista nella trasmissione televisiva Pomeriggio sul 2.
«I riscontri a carico di Sabrina sono in questo momento meno di quelli che la difendono a favore di Sabrina. Perché oggettivamente c’è un particolare proprio sugli sms… chiarisca di essere poi l’arma che la difesa giocherà a favore di Sabrina. Cioè è emerso, a differenza di quello che gli investigatori avevano fatto trapelare sulla stampa, e quindi in quel senso dobbiamo purtroppo riconoscere che siamo stati usati a discapito della verità. La differenza di quello che era stata fatta trapelare, si è scoperto leggendo i tabulati che finalmente sono finiti anche nelle mani dei giornalisti, che Sabrina invita Sarah a casa sua alle 14,25 di quel giorno del 26 agosto, solo dopo aver ricevuto la conferma da Mariangela che si sarebbe andati al mare, mentre in precedenza era stato fatto trapelare un altro orario. Si era detto, cioè, che Sarah era stata invitata prima di questa conferma. E allora la difesa di Sabrina si chiede come sia possibile che Sabrina decida di uccidere Sarah, o comunque arriva a compiere questo gesto, magari poi degenerato nell’omicidio, sapendo, o comunque facendolo scattare solo dopo aver avuto conferma che Mariangela era in procinto di arrivare».
Purtroppo la mancanza della testimonianza certa della signora Concetta, cioè quanto afferma che Sarah si trovava con lei sul letto matrimoniale quando arrivò l’sms di Sabrina, ha spinto gli inquirenti a sostenere che Sarah era uscita prima di quell’sms, facendo ricorso a una semplice bugia tipica dell’adolescenza, dicendo che Sabrina le aveva inviato il messaggio prima che questo avvenisse realmente.

Quarantadue giorni dopo la sua scomparsa, viene ritrovato il corpo di Sarah. Nella ricostruzione fatta dal programma Chi l’ha visto? ascoltiamo:
«Dunque, Sarah è morta e ad ucciderla è stato quello zio piagnucoloso che quasi tutti avevano preso per un pover’uomo. Ma che pover’uomo non era visto quale micidiale macchina dell’orrore era stato in grado di mettere in piedi. L’aveva uccisa, strangolandola, praticamente sotto il naso della figlia e della moglie, e mentre si abbozzavano le prime ricerche, l’aveva caricata in macchina portandola in una campagna che era appartenuto a suo padre. Facendo sempre tutto sotto il naso di moglie, figlia e di un’amica di quest’ultima. Aveva quindi denudato il cadavere e l’aveva violentato sotto una pianta di fico, e per finire aveva sommerso la povera Sarah in una tomba liquida, ben mimetizzata nella terra dov’era restata quarantadue giorni.
Alle 14,40 Sabrina chiama il cellulare di Sarah che squilla sei sette volte a vuoto e poi scatta la segreteria. Due minuti dopo, alle 14,42, Sabrina chiama ancora ma il cellulare tace per sempre.
“Quando tu, Sabrina, sei salita in macchina con Mariangela tuo padre stava in strada o dentro?”.
Stava in strada quando ce ne siamo andate, mentre squillava il telefonino proprio. Sono salita in macchina mentre ce ne stavamo andando e il telefonino squillava”.
“Tu stavi chiamando Sarah?”.
Sì! E mio padre stesso chiedeva: ‘Ti sta rispondendo?’ Io ho detto: ‘No, non mi risponde’. Quando ce ne siamo andate chissà cosa ha combinato dopo”.
Non risponde?”, le avrebbe dunque chiesto oscenamente il padre mentre la povera Sarah era già cadavere in cantina».

Qualcuno pensa che se Mariangela fosse arrivata prima di Sarah, non sarebbe successo nulla. Senza dubbio, ma anche se Sabrina si fosse sbrigata prima.
Ma è inutile piangere sul latte versato, perché l’omicidio sarebbe stato solo rimandato.
Contrariamente a quanto si crede, tra Sarah e sua madre c’era confidenza. Lo dimostra il fatto che quando lo zio le diede i primi 5 euro per andare al mare, con la raccomandazione di non dirlo a nessuno, nemmeno a sua madre, subito Sarah glie la raccontò. Un vero peccato che la signora Concetta non lo disse a nessuno, lei riponeva totale fiducia in suo cognato. Basta pensare che anche dopo il ritrovamento del cellulare da parte di Michele, lei fu la prima a difenderlo. D’altra parte la stessa gente di Avetrana dopo è rimasta stupita. Una nonna è rimasta talmente sconcertata che in un’intervista ha confessato di aver detto alla nipote di non fidarsi nemmeno del nonno… Lo stesso Gip che era riuscito a smascherare Michele, scrive nell’ordinanza:
«Quanto all’aspetto della personalità del Misseri, va anzitutto evidenziato come nessuna, ma veramente nessuna, delle persone informate sui fatti escusse dagli inquirenti, ha mai adombrato il benché minimo dubbio su un suo coinvolgimento nel delitto; e tutti, ma veramente tutti, i suoi familiari, Sabrina compresa, allorché interrogati dopo la sua confessione, lo hanno descritto come una persona assolutamente mite e si sono detti increduli».
Quindi, Michele apparentemente non sembrava una persona che potesse fare del male, ma la paura e la delusione l’hanno tradito. Dopodiché ha perso dodici chili, stando a quanto riferisce la moglie, e ogni tanto andava a recitare un’Ave Maria sulla “tomba” di Sarah.
Un particolare. Quando fu ritrovato il cellulare, le autorità ascoltarono anche Sabrina, lei disse che temeva che Sarah potesse essere stata stuprata e che questo l’avrebbe traumatizzata. Allora gli inquirenti le dissero che era passato molto tempo e che si doveva cominciare a pensare pure al peggio, e lei, che non voleva ancora accettare questo dentro di sé, scoppiò a piangere. Gli inquirenti le offrirono un bicchiere d’acqua ma insisterono perché era naturale che ormai si pensasse pure a questo.

All’inizio, grazie alle innumerevoli versioni di Michele, si credette che lo zio molestasse la nipote. Sabrina — la sua grande confidente, cugina, amica e protettrice — non ne sapeva nulla. La stessa signora Concetta — alla quale la figlia aveva subito confidato che lo zio le aveva raccomandata di non dire niente, nemmeno alla mamma dei soldi — non sapeva nulla di questa faccenda ben più grave. I diari di Sarah, così meticolosi, su questo punto tacciono.
In realtà Michele era ancora in alto mare, si trovava a dare i cinque euro per tentare di accattivarsi la simpatia della nipote. Così, Sarah scese nella cantina come aveva fatto altre volte durante quell’estate a prendere i soldi che lo zio le dava segretamente perché stava andando al mare. Ma perché lo zio quella volta decise di provarci? Cosa aveva in mente di fare in quei pochissimi minuti? Ci si chiede. Niente. L’ormai palese situazione coniugale accentuata dallo sconforto per il trattore che non partiva, fece sì che per lui era giunto il momento di confidarsi, di dichiararsi. Si può immaginare lo stupore sul volto di Sarah che non riusciva a credere alle parole dello zio. Così, per la paura che lei avesse potuto parlare e la delusione per essere stato rifiutato — che spesso è stata la causa di molti delitti passionali — è morta. Pertanto, appena lei si gira per andarsene, lui prontamente prende una corda e glie la stringe intorno al collo. Ma come Sarah ha portato quel segno sul suo collo, anche lui ha portato il segno di ciò che aveva fatto in tutte e due le braccia causate dalle unghie di Sarah che, nella sua disperazione, le aveva affondate nella carne, mentre lui stringeva con forza la corda intorno al suo collo.
Quindi, esiste un’altra chiave, l’unica e vera rivelatrice della colpevolezza di Michele. Nemmeno di questa chiave si fa riferimento né durante l’interrogatorio di Sabrina, né nell’ordinanza, ossia della seconda testimonianza della signora Concetta. Cioè i cinque euro che lo zio dava di nascosto alla nipote con la raccomandazione di non dirlo a nessuno. Infatti, nell’ordinanza si legge soltanto:
«Del resto, ancora non si capisce, e non lo ha spiegato neppure l’indagata [Sabrina], cosa ci dovesse andare a fare nel garage, di sua spontanea volontà, la giovane Sarah: la quale aveva appuntamento con la cugina; non aveva stretti rapporti con lo zio…».
Ma che cosa ne poteva sapere Sabrina del piccolo segreto che c’era tra suo padre e Sarah? Casomai avrebbe dovuto saperlo il Gip per avere interrogato la signora Concetta.
Si evidenzia, così, che nell’inchiesta si trovano due lacune che si sono rivelate due chiavi fondamentali, e queste chiavi erano tutte e due nelle mani della signora Concetta: una dimostra l’innocenza di Sabrina e l’altra prova la colpevolezza di Michele.

Michele Misseri, uomo pieno di sensi di colpa, che dimagrisce dodici chili per l’uccisione della nipote, che dice le Ave Maria sul luogo dov’è sepolto, che finge di trovare il telefonino come per accusarsi, dicendo poi ai magistrati di [1] essersi tolto un peso dalla coscienza, che arriva persino ad accusare la sua stessa figlia, adesso che è uscito di prigione sembra decisamente un altro. Ha finalmente trovato il coraggio di dichiarare la verità, riconoscendo la sua sola paternità al delitto e all’occultamento del cadavere, scagionando nettamente sia la figlia Sabrina sia la moglie Cosima, e anche suo fratello Carmine Misseri e il nipote Cosimo Cosma, per l’accusa di averli aiutati nell’occultamento del cadavere della povera Sarah. Infatti, dopo che Michele aveva commesso una cosa del genere, ucciso una ragazza di quindici anni, sua nipote, il suo unico obiettivo era di disfarsi subito del corpo. Mai Michele l’avrebbe confidato a qualcuno, e ha ben ragione suo nipote Cosimo nel dire che se glie lo avesse detto avrebbe buttato lo zio nel pozzo al posto del corpo di Sarah.
Che cosa ha generato tanto cambiamento nella persona di Michele? Dopo le sue innumerevoli versioni, i suoi tentennamenti, la sua impacciata figura lascia il posto a quella di un uomo più sicuro di sé, più deciso e con un’unica verità: lui solo è l’assassino reo confesso. Quindi, che cosa gli ha fatto scaturire tanta risolutezza? Lui sostiene che si è sentito raggirato quando ha accusato la figlia Sabrina, cioè che quell’accusa non è da addebitare a una delle sue tante versioni ma che gli è stata suggerita da altri e poi stabilita nell’incidente probatorio, ma che non gli avevano spiegato il significato di quelle parole [2]. Quando, una volta in carcere, glie l’ha spiegato un agente penitenziario, sentendosi raggirato, ha cominciato a scrivere le lettere intorno a Natale.

Per quanto riguarda la questione Carmine Misseri e Cosimo Cosma, se si osservano sotto un’altra luce le intercettazioni che li accusano, queste cadono come le foglie in autunno. Basta prendere come esempio le parole della signora Cosima rivolte a Michele Misseri e intercettate in macchina al tempo in cui si recavano all’interrogatorio. Qui la signora Cosima avrebbe consigliato il marito dicendogli di non essere preciso sugli orari.
Ora, una volta accertata che la signora Cosima era totalmente all’oscuro delle malefatte di Michele, cosa potevano significare quelle parole? È necessario quindi vedere la cosa sotto un altro punto di vista. Quello che bisogna tenere conto è che la gente non ha molta fiducia negli inquirenti, per questo teme che qualsiasi cosa sia detta, possa essere interpretata da loro in modo errato. Quindi, il consiglio della signora Cosima rivolto al marito può essere così interpretato: cerca di essere il più vago possibile perché tu, come “innocente”, potresti passarci dei guai.
Questa è una prassi utilizzata da tutte le persone e gli inquirenti dovrebbero ben conoscerla.
In conclusione le stesse intercettazioni dei parenti del fratello e nipote di Michele non hanno altro valore. Loro cercavano di coprire qualcosa che gli inquirenti avrebbero potuto interpretare come sospette ma che in realtà era limpida come l’acqua.
Quanti delitti passionali ci sono stati? Fidanzati che uccidono le loro fidanzate. Tutti questi casi sono finiti così come sono sorti, invece per uccidere Sarah Scazzi e far sparire il corpo, fra poco occorreva l’esercito.

Nella trasmissione televisiva Quarto grado fu mostrato un video che riprende Michele Misseri e la signora Cosima nel parlatorio del carcere quando lui si trovava in prigione.
La signora Cosima lo rimproverava del notevole tempo che era trascorso dalla morte di Sarah alla sua confessione, chiedendogli perché avesse aspettato tutto quel tempo. Michele rispondeva evasivamente, poi, tutt’a un tratto disse: “Non è stata tutta colpa mia”.
A questa risposta la signora Cosima cambiò argomento e parlò d’altro.
Terminato il video, il conduttore di Quarto grado, Salvo Sottile, guardando verso la telecamera, chiese:
«Che cosa voleva dire Michele Misseri asserendo che non è stata tutta colpa sua?».
La risposta la troviamo nella loro situazione coniugale.
Michele Misseri, visto che la moglie lo stava assillando con quelle domande, per sganciarsi fece quell’affermazione. La signora Cosima capì l’antifona, infatti, invece di chiedere come ha fatto il conduttore di Quarto grado, cambiò argomento.
Questo dimostra che la signora Cosima è consapevole del fatto che il delitto è stato di natura passionale, e che col suo comportamento aveva involontariamente spinto lei stessa il marito all’omicidio. Con quell’affermazione Michele aveva voluto ricordarle proprio questo, soprattutto per difendersi da quelle domande, dato che non era certo facile confessare un omicidio così mostruoso. Anzi, se non fosse stata per la tecnica utilizzata dal giudice durante il suo interrogatorio: religione, sacralità, battesimo di Sarah, molto probabilmente non avremmo saputo mai nulla.

La sera di mercoledì 6 ottobre Sabrina seppe che suo padre aveva confessato l’omicidio della nipote e che ne aveva occultato il cadavere in un pozzo.  Sempre nel Tgcom, leggiamo:
«Sabrina era in casa ad aspettare notizie e quando arrivarono chiamò immediatamente i suoi più cari amici, Alessio Pisello e Ivano Russo. A questo punto, i tre uscirono in macchina a cercare il pozzo.
“A un certo punto Sabrina, dopo che avevamo girato alcuni fondi della famiglia Misseri — racconta Ivano —, ha chiamato la mamma e la mamma le ha detto ‘prova a vedere in contrada Mosca’”, proprio il posto dove poi è stato trovato il corpo della quindicenne».
Infatti, quando arrivarono lì, c’erano già diverse macchine sul posto. Come si vede, Sabrina è la prima a correre in cerca della sua protetta. Non sa dove si trova, nel terreno di suo padre non c’è, tanto che telefona alla madre. In realtà Michele aveva raccontato che un contadino gli aveva chiesto di chiudere un pozzo sul suo terreno, e se ne era poi ricordato mentre vagava con il corpo della povera Sarah chiuso nel cofano.
Dunque, Sabrina non sapeva dov’era sepolta Sarah. Questo avrebbe potuto costituire una buona prova di estraneità per i sostenitori della tesi che l’intera famiglia Misseri fosse al corrente di quanto era accaduto, ma sarebbe poco in confronto a quanto troviamo qui, cioè la prova “scientifica” che lei era all’oscuro di ogni cosa.
Il giorno dopo, al telegiornale, si vide autorità, forze dell’ordine, Vigili del Fuoco, giornalisti, cameraman e una folla di curiosi sul posto del ritrovamento del corpo di Sarah. Dopo un po’ apparve Sabrina che tornava dal campo, era disperata: la sua protetta era stata uccisa, non solo, ma a ucciderla era stato suo padre. Era talmente sconvolta da mandare a quel paese i giornalisti che le si fecero incontro.
Tuttavia, a questo punto appare la chiave. Dove si recò Sabrina? Dai conoscenti? Dal gruppo dei suoi amici? No, Sabrina si recò da alcuni carabinieri presenti sul posto. Perché? Se fosse stata a conoscenza delle cose, visto che queste si stavano scoprendo, istintivamente si sarebbe tenuta lontana dai rappresentanti della legge cercando rifugio tra i suoi amici, invece si reca proprio da loro. È un senso ancestrale che la guida, perché quei carabinieri per lei personificano la giustizia, l’equità. Certo, non è la giustizia Divina, come il tribunale dell’uomo non è quello di Dio, ma ne ha, o almeno dovrebbe averne, tutta l’apparenza. Pertanto Sabrina si reca da loro. È talmente disperata che chiede giustizia, ma l’uomo non ha il potere di farle tornare in vita Sarah.
Quindi, quest’altro particolare lava la faccia a coloro che hanno sostenuto che un’azione così grave come il delitto di Sarah, non poteva passare inosservato dagli altri componenti della famiglia Misseri, compresa Valentina che il giorno dell’omicidio era assente. Senza nemmeno riflettere che chi si macchia di una così grave colpa se la tiene dentro di sé, non solo per la paura ma soprattutto per la vergogna. Purtroppo sono ancora pochi quelli che possiedono l’arte del vedere e dell’ascoltare che è uno degli appannaggi della scienza per eccellenza, come ci ricorda l’Imitazione di Gesù Cristo (libro II, cap. 1, v. 6.):
«Veramente saggio, e dotto di una dottrina impartita da Dio più che dagli uomini, è colui che stima tutte le cose per quello che sono, non per quello che se ne dice nei giudizi umani».
Che è, poi, il fondamentale consiglio evangelico (Gi, VII, 24):
«Non giudicate secondo le apparenze ma giudicate con giusto giudizio».
E questo giusto giudizio è garantito dal raggio di luce indispensabile che proviene dal Padre delle Illuminazioni. A questo proposito, quel grande iniziato che è stato il cardinale Nicolò Cusano, elaborò una massima dei Proverbi (I, 20):
«La sapienza grida all’aperto, nelle piazze, e la sua voce risuona perché abita nelle regioni altissime».

Dunque, la verità sul delitto di Avetrana stava sotto gli occhi di tutti, ma l’enorme confusione portava dubbi e generava divisioni d’idee.
«Ogni setta di qualunque genere sia», scriveva Voltaire, «è uno schieramento del dubbio e dell’errore. Non esistono sette in geometria: non si dice mai un “euclidiano”, un “archimedista”. Quando una verità è chiara, è impossibile che ne nascano partiti e fazioni. Non si è mai disputato se c’è luce a mezzogiorno».
Questa enorme confusione ha messo tutti contro. Ma come sostiene la signora Concetta, Sabrina voleva molto bene a Sarah [3], aggiungendo che lei sua figlia non l’avrebbe mai fatta uscire con i suoi coetanei, ma con i ragazzi più grandi si sentiva più sicura, e la stessa Sarah si divertiva molto di più con loro. Qualsiasi adolescente che ha trascorso la vita con ragazzi più grandi potrebbe confermarlo. Sarah poteva andare ai pub, alle pizzerie, in gite turistiche con quei ragazzi più grandi, cose che i suoi coetanei potevano solo sognarsi. Almeno possiamo dire che si è divertita un po’ per quei pochi anni che ha vissuto.
Sabrina, dunque, voleva molto bene a Sarah, e il fatto stesso che la portava con sé lo dimostra. Gli stessi filmati che Sabrina faceva frequentemente a Sarah lo confermano. Si noti la scena del gelato che Sarah mangia al McDonald, fa tenerezza, Sabrina le dice che non sa mangiare, che si è sporcata, e lei si pulisce col tovagliolo. Quindi, se Sarah poteva frequentare il mondo dei ragazzi più grandi, era grazie a Sabrina. Lei ne era la sua protettrice e si sentiva tale. Lo stesso Ivano Russo ha detto in un’intervista che «Sabrina era la protettrice di Sarah». Ciò è ampiamente dimostrato nei vari video, dove si vede Sarah sempre seduta vicina a Sabrina, e quando Sabrina cammina, lei la segue sempre come un pulcino la chioccia. Sabrina fu la promotrice della fiaccolata e di altre cose ad Avetrana per ritrovare Sarah.
Eppure, dopo il suo arresto, molte persone le puntarono il dito contro soltanto perché appena dopo dieci minuti dalla ricerca di Sarah aveva esclamato: «L’hanno presa, l’hanno presa!», pensando che lo avesse detto come un tentativo di depistaggio. Infatti, Sabrina, in un’intervista, aveva detto che dopo che lei e Mariangela si erano mosse per la ricerca di Sarah, ed essere state un paio di volte dalla signora Concetta, aver ripercorso più volte la stessa via, visto pure che il cellulare era stato spento, aveva pensato che Sarah era stata presa. Infatti, quando all’inizio fu diffusa la notizia che il cellulare era stato spento, fu unanime il pensare che la ragazza fosse stata presa e che i suoi rapitori avevano spento il cellulare per far perdere le sue tracce. In realtà il problema è sorto solo dopo l’arresto di Sabrina, il suo racconto prima rientrava nella norma. Quindi è facile credere che quelle stesse persone che hanno accusato Sabrina, dopo un po’ che invano essi stessi cercassero una persona cara, sicuri di trovarla perché aveva fatto poco prima uno squillo col cellulare, non pensassero anche loro subito al peggio, e forse anche prima dei dieci minuti di Sabrina.
Tuttavia, una volta estradata in carcere, Sabrina disse che non aveva mai pronunciato le parole: «L’hanno presa, l’hanno presa!».
Perché Sabrina dopo mentì? Per l’esempio riportato sopra. Cioè perché temeva che quella sua debolezza potesse essere interpretata dagli inquirenti come prova per incastrarla. Come in realtà è stato. Si veda le pagine 11, 12, 14, 15 dell’ordinanza. Ma Sabrina, di fronte alla coscienza dell’uomo moderno, non deve temere questo. Se lei ha pensato e detto: «L’hanno presa, l’hanno presa!», queste parole le fanno solo onore, perché confermano tutto il bene che voleva a Sarah. Di questo, Sabrina non deve affatto vergognarsi e troverà nelle persone ragionevoli i suoi più accesi sostenitori.
Vengono in mente qui le parole dette dal prete durante il funerale della povera Sarah Scazzi e tratte dal libro del profeta Daniele (IX, 7):
«A te, Signore, la giustizia e a noi la vergogna sul volto».
Che si potrebbero tradurre con le parole di San Paolo (Romani, XII, 19) riportate dalla signora Concetta:
«Non vi vendicate, carissimi, ma cedete il posto all’ira divina: sta scritto, infatti: A me la vendetta, io darò ciò che spetta, dice il Signore».
Per onore della signora Concetta riportiamo anche la frase tradotta dai Testimoni di Geova:
«Non vi vendicate, diletti, ma fate posto all’ira; poiché è scritto: “La vendetta è mia; io ricompenserò, dice Geova”».

Commento.
Come per Sarah, per tutto il tempo prima che si scoprisse il suo povero corpo all’interno del pozzo, ognuno fu libero di esprimere le congetture più paradossali, allo stesso modo per Sabrina, dopo il suo arresto, ognuno si è dilettato a dire la sua mentre lei continuava inutilmente a sostenere che Sarah non l’aveva neppure vista.
Immediatamente giornali e televisioni impazzano nelle più impensabili ricostruzioni del delitto commesso da Sabrina.
Fino a pochi giorni prima, il tratto di strada davanti a casa Misseri sembrava una specie di Cinecittà. Chi non era presente? In televisione, a parte i telegiornali, i programmi del mattino parlavano del caso Sarah Scazzi, così i programmi del pomeriggio e idem quelli della sera. La gente non ne poteva più, diceva:
«Sì, mi dispiace per quella povera ragazza, ma quando è troppo è troppo».
Sabrina, da parte sua, possedeva il numero di cellulare di alcune giornaliste ed era invitata negli studi televisivi o ospitava le telecamere a casa sua. Però, una volta arrestata, quasi tutti — per non dire tutti — gli hanno voltato le spalle. La spettacolarizzazione è passata sul suo corpo.
«Passare dall’osanna al crucifige».
Quest’antica espressione racchiude tutto il calvario che si trova a vivere Sabrina. Perché accade questo? È vero che siamo sempre pronti a lapidare il nostro prossimo, ma dovremmo anche essere pronti al mea culpa. Storie simili possono succedere anche a noi stessi e ai nostri cari.
Come abbiamo visto, la soluzione si trovava nelle due chiavi poste nelle mani della signora Concetta: una di queste scagiona Sabrina e l’altra rivela il movente dell’omicidio da parte di Michele. L’Eterno, nella sua imperscrutabile volontà, ha voluto fare questi due doni alla madre di Sarah. Tuttavia il Fondamento — Geova per lei — le aveva concesso pure di utilizzare diversamente una delle chiavi, cioè quella che prova la colpevolezza di Michele. Infatti, se soltanto si fosse confidata con la sorella, così, tanto per parlarne, Sarah sarebbe ancora viva. Questo la signora Cosima lo dice senza ambagi:
«Se mi avessero detto dei 5 euro che le regalava raccomandandosi di stare zitta, lui che non dava mai un centesimo a nessuno, mi sarei allarmata, avrei fatto delle domande, forse l’avrei salvata».
Infatti, Michele avrebbe bofonchiato qualche scusa, ma sentendosi per così dire scoperto, avrebbe rinunciato a tutto. In questo modo, la signora Cosima, vista da sua sorella come una possibile assassina della figlia, nella realtà era quella che l’avrebbe potuta salvare.
Non dimentichiamo, pure, che ancor prima che fosse ritrovato il corpo di Sarah, la signora Concetta invitò pubblicamente gli inquirenti a indagare proprio sui suoi parenti.
«Concetta Serrano, madre di Sarah Scazzi, cominciò a sospettare che la famiglia della sorella Cosima sapesse qualcosa della scomparsa di sua figlia il 26 agosto 2010, il giorno in cui la ragazza fu uccisa. “Quel pomeriggio — afferma la donna — quando siamo andati in caserma, Cosima trattenendo le lacrime ma in maniera molto arrabbiata disse: ‘Questa volta Sarah l’ha fatta veramente grossa’. Ma che loro avessero ucciso Sarah non mi passava per la mente”».
È bene riportare qui le parole proprio del Procuratore della Repubblica di Taranto, il Dottor Franco Sebastio: «Per loro natura tutte le persone possono sbagliare, a tutti i livelli», cioè sia la gente comune sia un giudice, e questo anche nei malintesi. Il comportamento della signora Cosima non è certo unico. Vi fu un padre che, in lacrime, davanti alla bara dove si trovava il figlio, gli disse con aria di rimprovero: «Hai visto cos’hai combinato?». Quelle parole commossero tutte le altre persone presenti.
Tuttavia, bisogna riconoscere la fede della signora Concetta. Infatti, dice: «Sono certa che Dio Geova farà parlare persino le pietre per far uscire fuori la verità». E, infatti, Dio Geova ha fatto dono delle chiavi della soluzione proprio a lei. Ermeticamente, la figura di questa donna si potrebbe accostare al II arcano maggiore dei tarocchi, denominata la Papessa Iside che, per l’appunto, reca in mano due chiavi.
«Per quel che ci riguarda», scrive Fulcanelli, «noi sappiamo che la dea Iside è la madre di tutte le cose, e che essa le porta tutte nel suo seno, e che soltanto lei è la dispensatrice della rivelazione e dell’iniziazione».
Oswald Wriht scrive che «la scienza iniziatica, che bisogna saper scoprire da soli, è la Papessa Iside madre degli Iniziati. Iside non affida le chiavi dei misteri se non ai suoi figli, ai figli della Vedova, degni di conoscere i suoi segreti».

Particolare curioso, il delitto di Avetrana possiede delle evidenti analogie col delitto di Perugia. Infatti, anche qui troviamo tre imputati (condannati), e anche qui un solo colpevole e due innocenti. Le parti della signora Cosima e di Sabrina sono interpretate da Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Invece, la parte di Michele Misseri è interpretata da Rudy Hermann Guede. Faccio per prima cosa notare che Guede fuggì subito in Germania dopo il delitto, ma Amanda non tornò negli Stati Uniti nonostante l’insistenza della madre dopo aver visto l’orribile fine fatta dalla sua compagna d’appartamento. Lei, non avendo nulla da nascondere, disse alla madre che avrebbe voluto aiutare gli inquirenti perché Meredith era una sua cara amica. Questo particolare, che doveva essere già una sicura prova d’innocenza, non solo non venne preso in considerazione dagli inquirenti, ma Amanda, restando in Italia, diede soltanto un ottimo contributo per riempire il loro carniere di cacciatori.
Al contrario di Michele Misseri che è reo confesso, per Rudy Hermann Guede vi sono diverse prove che lo inchiodano. Per prima cosa la ferita al dito della mano.
«Quella ferita sul dito di Rudy Guede sarebbe la prova che l’uomo si introdusse in casa furtivamente da una finestra, tagliandosi con un vetro. E che, una volta scoperto da Meredith, l’abbia uccisa. Il taglio, non più lungo di due centimetri, secondo i legali di Amanda e Raffaele sarebbe del tutto compatibile con la ferita che avrebbe potuto procurarsi introducendosi dalla finestra. Una prova, per gli avvocati della difesa, che l’omicidio è maturato in seguito a un tentativo di rapina finito nel sangue».
Seconda cosa, e soltanto per ordine cronologico, «le impronte ritrovate sul tappetino del bagno e nel corridoio non appartengono al piede di Raffaele Sollecito, ma sarebbero compatibili con quello di Rudy Guede. La scoperta è del professor Francesco Vinci: il piede di Sollecito infatti ha caratteristiche morfologiche diverse da quello che lasciano intendere le impronte». L’impronta della scarpa era già stata attribuita a Rudy Guede per sua stessa ammissione.
Terza cosa, e più importante di tutte, «la prova del Dna conferma: Rudy Guede ha avuto un rapporto sessuale con Meredith Kercher la sera in cui la ragazza è stata uccisa. Questi i primi risultati degli esami condotti sul giovane originario della Costa d’Avorio arrestato in Germania. Il Dna, tratto dallo spazzolino da denti sequestrato a Perugia nell’appartamento del ragazzo, è stato identificato nei laboratori della Polizia Scientifica. Quella giunta in serata, è la risposta della comparazione fra il Dna del ragazzo e quel Dna parziale che era già stato rilevato nel corso dell’autopsia di Meredith e sul luogo del delitto. Precisamente quel Dna parziale, che già si sapeva essere di un uomo, che non corrispondeva né a Raffaele Sollecito né a Patrick Lumumba, che era stato raccolto con esami specifici sul corpo della vittima. E che testimoniava un rapporto sessuale che, a quanto appreso, era stato non completo e violento. Lo stesso Dna era sulla carta igienica del bagno. Sembrerebbe dunque confermato che, quella sera, Guede forzò la giovane a un rapporto, prima della sua morte. L’impronta della sua mano insanguinata sul cuscino aveva già confermato la presenza del giovane ivoriano nella stanza del delitto».

Chi è Rudy Hermann Guede? Immigrato della Costa d’Avorio, nel nostro Paese divenne un topo  d’appartamento operante nella zona di Perugia. Era già conosciuto dalle forze dell’ordine per la sua specialità nel rompere i vetri delle finestre per introdursi nelle abitazioni. È facile ricostruire quanto avvenne la sera del 1 novembre 2007. Meredith Susanna Cara Kercher, una ragazza inglese di 22 anni, divideva un appartamento con altre tre ragazze — Laura, Filomena e Amanda — due italiane e un’americana, quella notte assenti. Il ladruncolo ivoriano quella sera prese di mira proprio quella casa. Pensando che non ci fosse nessuno, come suo solito ruppe il vetro della finestra e vi entrò. Meredith, che si trovava sola in casa, attirata dal rumore del vetro infranto andò a vedere e se lo trovò di fronte, possiamo immaginare lo spavento della povera ragazza. Di solito quando un ladruncolo viene scoperto si dà alla fuga. Invece, il “lupo” assalì subito Meredith e cercò di spingerla verso la camera. La ragazza si difese strenuamente come prova il fatto che nel corso della colluttazione nel corridoio Guede perse una scarpa, come si rileva dall’impronta sia di una sua scarpa sia di un suo piede nudo. La forza dell’Ivoriano ebbe ben presto ragione della povera Meredith che, una volta spinta sul letto, fu violentata e uccisa. Prima di andarsene Guede aprì la borsetta della ragazza e si appropriò di due cellulari e del denaro.
Una volta scoperto, per depistare le indagini, s’inventò di aver visto l’assassino di Meredith, una figura indistinta che non sarebbe stato in grado di riconoscere. Ma non aveva fatto i conti con la scientifica che avrebbe potuto accertare se nella stanza di Meredith c’era stata la presenza pure di questa fantomatica persona. Fu lo stesso capo della scientifica a dire che soltanto una libellula avrebbe potuto entrare in quella stanza senza lasciare tracce. Infatti, oltre a quelle di Meredith, in quella stanza c’erano soltanto le impronte dell’Ivoriano. Quando gli sventolarono davanti alla faccia Amanda e Raffaele, Guede accettò di buon grado, secondo il principio che più persone erano sospettate, meglio era. Invece, se fosse rimasto nella sua tesi, poteva dire che fisicamente Raffaele era diverso dalla figura che aveva intravisto [4]. In questo modo non solo avrebbe salvato un innocente, ma come minimo avrebbe anche rafforzato la credibilità della sua versione. La sua sicurezza avrebbe potuto spiazzare gli inquirenti, ma Guede non andava tanto per il sottile, o forse non era in grado, e ora la fortuna gli aveva fatto capitare quegli indiziati e non se li sarebbe certo lasciati sfuggire. Se il delitto fosse stato accollato a loro, a lui sarebbe stata tolta pure l’accusa di violenza sessuale sostenendo che aveva un appuntamento con la ragazza inglese.
«Per Rudi Guede, invece, la presenza nella casa sarebbe direttamente confermata dal suo racconto dove dice di aver avuto un appuntamento con la vittima e di aver visto Amanda e Raffaele uccidere Meredith».
Ma non andò come desiderava perché fu accusato per concorso in omicidio, però, grazie al rito abbreviato, gli anni di pena furono di molto inferiori agli altri due. Se fosse stato accusato da solo per omicidio con l’aggravante della rapina e della violenza sessuale, le cose si sarebbero messe molto peggio.
Così, mentre Amanda e Raffaele piangevano la loro innocenza, lui se la godeva per essergli stati dimezzati gli anni di detenzione a loro spese. In sostanza, dopo aver ucciso Meredith fisicamente, adesso uccideva nei loro animi pure Amanda e Raffaele.
Era così contento di questo, contento di non aver preso l’ergastolo, contento di uscire di prigione dieci anni prima di loro, che ci è rimasto assai male che le sue vittime uscissero prima di lui. Infatti, la sera del 3 ottobre lui ha seguito la sentenza come tutti in diretta e, alla lettura, vedendo che i suoi “colpevoli” erano stati assolti, «Rudy Guede, è rimasto a lungo inchiodato alla sedia con gli occhi fissi sullo schermo.
Da quel momento è completamente cambiato”, riferisce chi si trovava con lui, i compagni del reparto di massima sicurezza dove l’ivoriano condivide la cella con un altro condannato a una pena definitiva, e le stesse guardie carcerarie che proprio per questo hanno permesso che il giorno dopo altri due detenuti gli facessero visita».
Facendo ricorso alla sua farsa e tirando pure in ballo la Costa d’Avorio che non può permettersi una voce autorevole come gli Stati Uniti, Guede ha subito rivendicato la sua posizione chiedendo una giustizia equa…
Torniamo alla sua tesi iniziale, dove il ladruncolo aveva asserito di aver visto soltanto un uomo nell’abitazione di Meredith, perché allora non lasciò andare Amanda testimoniando che lei non c’era e indicando Raffaele come l’uomo — e unica persona — che aveva visto? In realtà se la Procura gli avesse mostrato cinque indiziati, lui li avrebbe accusati tutti. Infatti, non si poteva limitare soltanto a rapinare e violentare Meredith? No, l’ha dovuta pure uccidere.
Questo particolare ricorda quanto disse il figlio a un abitante di un paese di montagna abruzzese.
«Papà, la maestra ha detto che il lupo è buono, e la colpa è dell’uomo che lo ha descritto sempre come un animale cattivo».
«Ah, il lupo è buono? Allora chiedi alla maestra perché quando il lupo riesce a entrare nella stalla delle pecore, non se ne mangia una sola, ma le uccide tutte?».
Infatti, se il lupo trova tre pecore nella stalla le uccide tutte e tre, così se ne trova cinque o sette. Lo stesso comportamento lo possiedono pure altri animali, come la faina con le galline. C’è stato un caso dove ne uccise trentacinque in una sola notte.
L’elementarità animale è molto forte in noi. «La violenza», dice Krishnamurti, «com’è evidente in noi stessi, fa parte della nostra eredità animale. Una gran parte di noi è animale, e se non capiamo la struttura di noi stessi, come esseri umani totali, il semplice tentativo di risolvere la violenza, di per se stessa, porta soltanto altra violenza.
Voi guardate la violenza giustificandola, dicendo che la violenza è necessaria per vivere in questa mostruosa società, dicendo che la violenza fa parte della natura — “guardate, la natura uccide” — voi siete condizionati a guardare condannando, giustificando, resistendo.
Abbiamo vissuto su questa Terra, in quanto esseri umani, per milioni di anni. All’inizio eravamo dei selvaggi e lo siamo ancora, ma con gli abiti puliti, sbarbati, lavati, ripuliti e interiormente ci odiamo l’un l’altro, ci uccidiamo l’un l’altro, siamo tribali e tutto il resto. Non siamo cambiati di molto».

Un’altra domanda che merita considerazione è: perché Amanda Knox accusò Patrick Lumumba di essere l’assassino di Meredith Kercher, quando erano entrambi innocenti e nemmeno presenti sul luogo del delitto? Il Congolese fu tirato in ballo da un sms inviatogli da Amanda che diceva in inglese: «See you later», cioè «a dopo», dato che la ragazza aveva dei rapporti di lavoro con lui, ma quell’sms fu da subito interpretato dagli inquirenti come la prova della colpevolezza di Lumumba: un appuntamento per la sera del delitto. Quindi, viene da chiedersi: quale pressione psicologica subì quella ragazza di vent’anni? Lei diceva di non sapere più se stava sveglia o se stava dormendo. Appare qui, in tutta la sua evidenza, una forma di estorsione da parte degli inquirenti. Infatti, una confessione “voluta” non la si estorce soltanto facendo ricorso alla violenza fisica ma anche con la violenza psicologica, com’è evidente in questo caso. La stessa Amanda lo conferma «quando chiede scusa a Patrick Lumumba, il musicista incarcerato per le sue accuse: “Mi dispiace, non volevo farti torto. Sono stata ingenua e dovevo sopportare le pressioni, non volevo contribuire a quello che hai sofferto. Tu sai cosa vuol dire subire accuse ingiuste sulla tua pelle e spero riuscirai a trovare pace”».
Cogliamo qui l’occasione per esprimere solidarietà a Patrick Lumumba per l’ingiustizia subita: due settimane di carcere (tra cui una in isolamento) e il locale (Le Chic) sequestrato per quattro mesi. Ma lui non deve pensare che è stato tirato in ballo perché extracomunitario, quello che gli è accaduto poteva succedere a chiunque avesse ricevuto quell’sms fatale.
Di cosa furono accusati Amanda e Raffaele? Di aver partecipato a un amore di gruppo insieme a Meredith e Guede. Raffaele per l’occasione — si è visto mai? — si sarebbe portato dietro un coltello dalla sua cucina, poi mentre lui e Guede — che non conosceva affatto — reggevano Meredith, Amanda l’accoltellava [5].
Per queste accuse “amorose” Amanda, dopo quattro anni di carcere in Italia, deve scontare ancora un’altra colpa che non ha commesso nel suo Paese. Infatti, a Raffaele, dopo la sua liberazione, non è arrivata alcuna lettera, nessuna e-mail ingiuriosa, com’è successo invece ad Amanda. Raffaele resta pur sempre nell’ottica generale el conquistador, l’uomo che, soltanto per questo, merita onore, o tutt’al più vittima della femme fatale, titolo che i giornalisti riservarono alla povera Amanda. Infatti, anche quando era in carcere Raffaele ricevette una montagna di lettere di solidarietà pure da coloro che non credevano tanto alla sua innocenza, cioè che comunque pensavano che fosse stato presente al momento del delitto della povera Meredith. E tuttora, le persone che incontra continuano a esprimergli solidarietà.
Così, persino gli Stati Uniti d’America che nel mondo portano la bandiera della libertà, della democrazia, della modernità espressa al suo sommo grado, non sono ancora immuni a queste cose. La femme fatale, vale a dire la nostra povera Amanda, è vittima ora delle ingiurie dei suoi “extramoderni” concittadini. Lo strascico del delitto di Perugia la segue tuttora. Lei deve ancora camminare con la testa bassa. Tanto che siamo in argomento, bisognerebbe dire pure a quelle persone che hanno arricciato il naso nel vedere Amanda trattata dai media come una star del cinema dopo la sua liberazione, che quella ragazza merita più delle attrici il titolo di star, avendo recitato sulla propria pelle, e per ben quattro anni, la parte della detenuta colpevole.
La domanda da porsi è: perché la Procura diede adito a queste fantasie “amorose” quando il delitto portava l’evidente firma di un ladruncolo? Il vetro infranto, segni di colluttazione nel corridoio, la borsetta di Meredith svuotata, i due cellulari ritrovati buttati in un giardino di un’altra abitazione. Se avessero seguito questa pista sin dall’inizio, Guede sarebbe stato da subito tra i sospettati, dato che era già schedato dalle forze dell’ordine.

Perché furono accusati Amanda e Raffaele? Perché si trovavano davanti all’abitazione quando arrivò la polizia postale che, tramite segnalazione della padrona del giardino che aveva ritrovato i cellulari, era risalita a Meredith Kercher e al suo indirizzo. Amanda, dopo la notte trascorsa con Raffaele, era tornata a casa intorno alle 10.30 e aveva trovata la finestra rotta, il portone di casa aperto e la porta della camera di Meredith chiusa a chiave. Preoccupata, chiamò Raffaele e, al suo arrivo, decisero di chiamare i carabinieri e li stavano aspettando. E così furono loro a essere sospettati invece del ladruncolo che aveva lasciato la sua vistosa firma.

Quindi, si preferì seguire la pista amorosa perché molto più coinvolgente del semplice delitto di un topo d’appartamento? E quanti altri casi simili vi sono e forse non solo in Italia? Prendiamo il delitto di Garlasco. Anche qui, durante il processo d’Appello — terminato ancora con l’assoluzione — si è scoperta una novità, cioè che il possibile movente dell’omicidio da parte di Alberto Stasi della fidanzata Chiara Poggi, uccisa la mattina del 13 agosto 2007, non è più imputabile ai film pornografici che Alberto scaricava dalla Rete nel PC, perché il portale “Libero”, rispolverando una chat dell’anno precedente, fa rilevare che Chiara era a conoscenza di questi filmati e la sua unica preoccupazione era che non rallentassero lo scaricamento di altro materiale, forse di qualche canzone.
A parte il movente inesistente, Alberto la sera precedente aveva mangiato una pizza insieme a Chiara nella sua casa, proprio come Sarah era stata nella mattinata insieme a Sabrina.
Questa è la versione di Alberto per la mattina del delitto:
«Quella mattina non ero da Chiara mentre lei veniva uccisa. Ero a scrivere la tesi a casa mia. La chiamavo e lei non rispondeva. Dopo un’infinità di chiamate sono andato a vedere cosa fosse successo».
La sua versione è confermata dalle perizie effettuate sul suo PC.
«Alberto Stasi avrebbe lavorato alla sua tesi di laurea la mattina del 13 agosto 2007, quando la sua ex fidanzata Chiara Poggi è stata uccisa nella casa di famiglia a Garlasco. È quanto emerge dai nuovi accertamenti disposti dal giudice dell’udienza preliminare Stefano Vitelli, secondo quanto riportato da diversi quotidiani e confermato dai legali di Stasi.
La perizia ha rivelato che Stasi — unico accusato per l’omicidio di Chiara in un caso che fin dalle prime battute ha attirato l’attenzione dei media e avuto un forte impatto sull’opinione pubblica — ha acceso il computer alle 9.36, e dopo aver guardato video e immagini pornografiche, ha effettuato salvataggi di file di Word, presumibilmente parti della tesi, più volte fra le 10.20 e le 12.20».
Così, gli inquirenti, per incolparlo dell’omicidio, dovettero giostrare su pochi minuti, giacché «alle 9.10 del 13 agosto 2007, Chiara Poggi disattiva l’allarme della villa di famiglia a Garlasco e apre la porta al suo assassino». Quindi, Alberto, da quell’ora, fino alle 9.36, avrebbe dovuto avere il tempo di uccidere la sua fidanzata, tornare in bicicletta a casa e accendere il computer. Un tempo esiguo, insomma, proprio com’è accaduto con Sabrina per l’omicidio di Sarah.
Anche qui gli inquirenti, visti le prove così blande verso Alberto, non avrebbero dovuto seguire pure un’altra pista, come quella di un ladruncolo cui Chiara avrebbe incautamente aperto la porta e costui l’avrebbe aggredita e uccisa, come succederà da lì a qualche mese nel delitto di Perugia? La madre di Chiara, la signora Rita Poggi, afferma che il rapporto della figlia con Alberto era sereno e che lei guardava al futuro insieme con lui. Inoltre sostiene che Chiara era una ragazza accorta e che la sua casa aveva subito un furto la settimana prima. Ma non è possibile che a volte l’accortezza venga messa da parte, anche se la propria casa ha subito un furto recente? Perché si cerca di dare la precedenza sempre ai delitti passionali, mettendo in secondo piano o addirittura trascurando completamente il possibile delitto di un ladruncolo? È perché a questi tipi di delitti, cui la cronaca ci ha pure abituati, la stampa e la televisione non gli dedicano più di un giorno?
«“Un caso difficile? No, come tanti altri. Io ho un solo rammarico: che la Procura della Repubblica di Vigevano non abbia fatto altre indagini. Se è vero, come noi riteniamo, che non è stato Alberto Stasi, allora dal 13 agosto 2007 c’è in giro una persona che ha fatto una cosa terribile e potrebbe rifarla”. Lo ha dichiarato Angelo Giarda, uno dei difensori di Alberto Stasi assolto in primo grado dall’accusa di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi, al termine della prima udienza del procedimento d’appello. Secondo il legale la Procura poteva mettere in conto di cercare un altro colpevole. “Se io fossi stato il pm, di fronte a una sentenza di questo tipo, di fronte al dolore di questi genitori, lo avrei fatto. Invece non mi risulta”».
Occorre per prima cosa saggezza e sensibilità, queste due cose vanno sempre insieme, cioè seguire il sentiero che ha un cuore. Perché rincarare la dose del dolore a un ragazzo che già soffre per la perdita della persona amata? E i familiari che ne sono coinvolti? Non solo quelli di Alberto ma anche quelli di Amanda e di Raffaele? Vengono in mente qui le parole che Giacomo Leopardi scrisse ne La sera del dì di festa, pensando alla donna che tanto amava:
«Non ti morde cura nessuna; e già non sai né pensi quanta piaga m’apristi in mezzo al petto».
Che cosa spinge una certa Magistratura a comportarsi così? Tutto questo è da addebitarsi alla televisione dove la parola d’ordine sembra essere soltanto audience e spettacolo? Dove anche quasi tutti i telespettatori sembrano coinvolti? Quindi, pure certi magistrati amano seguire la moda della spettacolarizzazione, del protagonismo?
Una cosa è certa, più di un secolo fa non si pensava a queste cose. Quel grande iniziato che è stato Collodi offriva ben altro insegnamento. Nella sua celebre favola, Pinocchio, dopo che il burattino fu raggirato dal Gatto e dalla Volpe nella città di Acchiappacitrulli, leggiamo che «preso dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò defilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini che lo avevano derubato.
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo d’una flussione d’occhi che lo tormentava da parecchi anni.
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia.
Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
— Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione. —
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia
».

Dunque, l’insegnamento del nostro iniziato si limitava a far sì che molte persone, in tutto il mondo, si riconoscessero in Pinocchio per aver subìto piccoli o grandi ingiustizie dovute a discutibili leggi. Tutto dipende dalla malattia del giudice, che è antica quanto il soggetto dei saggi — il nostro adepto lo simboleggia, infatti, in uno dei primati più vicino all’uomo [6] — la sua flussione agli occhi gli impediva di vedere chiaramente. Gli stessi occhiali d’oro, emblemi della giustizia e dell’equità, erano privi di vetri. È la variante ermetica, spiega Eugène Canseliet, «della mancanza di occhiali, cioè di esperienza. Experientia firmet lumina: che l’esperienza ti fortifichi gli occhi, consiglia Michele Maier. Colui che segue la Natura dev’essere saggiamente munito di un bastone, di occhiali (perspicilia) e di una buona lanterna. La Natura è la precettrice, più esattamente, l’iniziatrice del filosofo che, grazie a lei può liberarsi dall’errore».
La fortificazione degli occhi ermeticamente significa che l’individuo ha imparato a vedere, a comprendere, quindi il giudice della città di Acchiappacitrulli non riusciva a vedere a un palmo dal suo naso. La scienza antica si fermava qui perché il suo compito è quello di far imparare l’arte del vedere e dell’ascoltare. Pertanto, si era ben lontani dal sospettare che una certa Magistratura arrivasse un giorno a lasciarsi trasportare dal fascino del fenomeno mediatico, dalla spettacolarizzazione a scapito delle persone innocenti.
Rendiamo qui particolare onore ai membri della Corte d’Assise d’Appello di Perugia per aver ridato la libertà ad Amanda Knox e a Raffaele Sollecito, dimostrando che non tutta la Magistratura si lascia vincere dal desiderio di protagonismo. In questo modo non solo contribuiscono a tenere alta la bandiera dell’etica e dell’onore, ma danno nuovo lustro alla Giustizia e nuova fiducia all’uomo comune, che tornerà a vedere nel giudice il caro, vecchio “Vostro Onore” dei film e dei romanzi. Personaggio imparziale cui tutti potevano fare ricorso per chiedere e ottenere giustizia.

A nemmeno un mese dall’arresto di Sabrina Misseri, questo articolo fu inviato a giornali e televisioni, se non a tutti quelli presenti davanti alla sua casa, alla maggior parte sicuramente. Per quanto possa sembrare incredibile, a nessuno ha importato niente. Anzi, c’è stato chi ha voluto rispondere con una sfida con la propria ricostruzione personale in televisione, naturalmente contro Sabrina. Queste persone s’incontrano sovente nella filosofia antica. Sono i classici esperti di turno sempre pronti con le loro interpretazioni arbitrarie. Di questi ultimi, scrive Fulcanelli che sono «spinti dall’irresistibile bisogno di attirare l’attenzione. Essi sono forniti di pretensione piuttosto che di vera scienza, quanti Tiresia, Talete o Melampo esistono, che siano capaci di comprendere le cose? Certamente noi non ci prendiamo la briga di scrivere per costoro, le cui interpretazioni illusorie non approdano a niente di positivo, di solido, di scientifico».
Così, si è voluto continuare con la spettacolarizzazione nei programmi televisivi, facendo comprendere che con qualsiasi veste si presenti, non interessa affatto il lato umano della vicenda, giacché il suo fine è sempre quello di fare spettacolo.
Che dire, poi, degli sms scambiati tra Sabrina e Ivano prima del delitto di Sarah? Violare così la privacy di due persone come fosse un semplice colpo di scena di una lunga fiction televisiva…
Continuare, insomma, sulla tanta decantata gelosia di Sabrina per Ivano Russo. Il vero “movente” che avrebbe spinto Sabrina a eliminare la cugina. I sostenitori di questa teoria si basano sul fatto che Sabrina diverse volte aveva rimproverata Sarah per Ivano, e che la stessa Sarah aveva scritto nel suo diario che a questo c’era abituata. Nonostante Mariangela, in un’intervista, avesse avuto cura di chiarire questo punto dicendo che Sabrina rimproverava tutte per questa cosa, e anche a lei più di una volta. In altre parole Sabrina rimproverava chiunque distogliesse, volente o nolente, l’attenzione di Ivano da lei. D’altra parte, se Sabrina avesse visto Sarah come una possibile rivale, come lei stessa ha detto, non l’avrebbe portata con sé. Sarah sarebbe stata ridimensionata al suo ruolo di adolescente, e invece di starsene fino alle tre al Pub 102, il ritrovo della compagnia, avrebbe passato le serate con la mamma come le altre sue coetanee.
L’enciclopedia Encarta ricorda che «in Gran Bretagna, l’insoddisfazione per il comportamento della stampa, portò alla formazione di organismi preposti al controllo dei fenomeni di irresponsabilità dei giornalisti. Ad esempio la Press Complaints Commission controlla rigidamente ogni trasgressione che possa andare a danneggiare il sistema informativo; allo stesso modo l’organizzazione francese Reporters Sans Frontières, così come l’associazione Amnesty International controllano e combattono le violazioni della libertà di stampa da parte dei governi».
Eppure parecchi reporter hanno perso la vita per tenere alta la bandiera dell’informazione recandosi nei luoghi di conflitto. Con vero spirito di sacrificio, ben sapendo a quali possibili pericoli andavano incontro: torture, fucilazioni, impiccagioni. Veri martiri dell’informazione, dunque. L’Italia, negli ultimi decenni, detiene pure il triste primato dell’eliminazione di molti giornalisti “scomodi” da parte della mafia, o della ‘ndrangheta, o della camorra.
Sotto questa luce viene da chiedersi: quali pericoli maggiori di quelli riportati sopra correvano i giornalisti nel pubblicare quest’articolo? Quale timore ancestrale lo ha impedito? Francamente non comprendiamo. Il diritto all’informazione e la libertà di pensiero furono già stati sostenuti da Voltaire:
«Io non condivido le tue idee, ma lotterò con tutte le mie forze perché tu, come me, possa liberamente esprimere il tuo pensiero».
Questo è ora contemplato dall’articolo 21 della Costituzione:
«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il suo pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Post Scriptum

Il caso Sabrina Misseri fa ricordare quanto racconta Ernani Barretta, anch’egli vittima di un’azione giudiziaria che gli è costato otto mesi di custodia cautelare e di tempesta mediatica:
«Presto l’attenzione generale sarà distolta, dalla stessa macchina mostruosa, stavolta indirizzata su di un altro fatto di cronaca-spettacolo, per sacrificare nuove persone, uomini e donne come noi Barretta, esattamente identici a voi lettori e con i vostri stessi sentimenti. La storia si ripeterà ogni volta uguale alla precedente, cambiando solo personaggi e vicende, ma con la stessa ipocrita trama.
Ormai siete abituati, assuefatti, a questo squallido spettacolo.
Non ci farete nemmeno più caso.
Leggerete il vostro giornale preferito con l’attenzione di sempre.
Vi capisco.
In fondo non è colpa vostra ciò che avviene sulla pelle degli altri.
Ed io che amo tutti, anche quelli che non mostrano di valere un sentimento pulito e bello, non posso che augurarvi che mai, per nessuno di voi, una vicenda così amara abbia a varcare la soglia della vostra casa, facendovi desiderare, da innocenti, soltanto il conforto di una morte rapida e liberatoria.
Mai possa accadervi quanto è accaduto a noi [7]».

Per il caso Ernano Barretta, il giornalista Gianfranco Gentile scrive al riguardo dei suoi colleghi:
«Quid est veritas? Giovanni, 18, 38
La frase del governatore romano di Giudea ha attraversato, come un dardo, i secoli. Eppure abbiamo ancora bisogno di approfondire il senso, per comprendere il significato della non-risposta del Cristo, al quale la domanda era rivolta.
Cos’è la verità?
Abbiamo sempre riconosciuto la fondatezza del dogma per il quale “la verità è una sola”. Ma qual è il comportamento giusto quando la “mia” verità non è uguale alla “tua”?
Il Vangelo testimonia che Cristo, l’uomo più buono e misericordioso che mai abbia calpestato la terra, alla domanda di Ponzio Pilato, tacque. Neppure lo degnò di una risposta.
Ai miei colleghi neppure lontanamente li ha sfiorati il dubbio che a costruire quella che ora definiscono oggettivamente “verità”, forse hanno contribuito loro stessi in maniera determinante, con le loro personalissime deduzioni, estrapolati da frammenti di verbali giudiziari o da resoconti “riservati” di intercettazioni ambientali, il tutto sbattuto in prima pagina, ostentando la certezza del testimone oculare. Con disinvolta naturalezza, felici di aver messo uno scoop in più nel proprio carniere professionale…
Un giornalista dev’essere l’occhio del lettore, non i suoi cattivi pensieri.
Adempiere al dovere professionale, senza lasciarsi trascinare dalla spettacolarizzazione, credetemi, è difficile. Più di quanto si pensi. Io ci sto provando [8]».
Al riguardo della tempesta mediatica che l’ha colpito, Ernani Barretta dice:
«Il mio rapporto attuale con la stampa è pessima. Nel senso che sono profondamente deluso, avendo rilevato che nella categoria dei giornalisti, che credevo composta soltanto di persone di cultura, umanità e intelligenza superiore alla media, vi sono anche soggetti che svolgono il loro lavoro in modo inverecondo e senza alcuno scrupolo; esseri di bassa lega che si preoccupano punto del male che procurano agli altri, esercitando indegnamente una delle più prestigiose professioni.
All’indomani della vicenda tra Helg Sgarbi e Susanne Quandt-Klatten, presentarmi come una persona normale, simile a tante altre, con tutta probabilità si sarebbe prestato poco alla spettacolarizzazione della notizia del mio arresto e della vicenda complessiva.
È questa l’abitudine di fondo, ormai rituale nella cronaca nei nostri tempi: fare sensazione, snaturando e gonfiando i fatti pur di arrivare allo scopo di moltiplicare le vendite dei quotidiani o l’audience televisiva. La gente, purtroppo, assorbe ciò che il giornalista televisivo o della carta stampata gli trasmette, come fosse verità assoluta.
Se si guarda al caso emblematico che ha travolto la mia famiglia, non si può ignorare che per una storia da niente, soltanto una relazione finita male tra due amanti, c’è Helg Sgarbi che rimane in prigione per i prossimi sei anni, sua moglie, la sua famiglia senza di lui, e poi Susanne Quandt-Klatten con i suoi problemi.
Tre famiglie rovinate per sempre, distrutte.
E per cosa?
Per la “sbandata” di una coppia irregolare.
Tutto qui, l’efferato crimine.
E tutti finiti nella gogna, senza badare a chi fossero i colpevoli e chi gli innocenti.
Si è visto come in tanti si sono subito gettati addosso a Susanne Quandt-Klatten. Lupi, avvoltoi e iene sarebbero stati più clementi. Tutti pronti a sbranarla, pur di poter dimostrare che questa donna è uguale a loro, vive la stessa loro mediocrità. Guarda caso, sono sempre i mediocri, gli inetti, a scagliare la prima pietra. Chi prova gusto ad oltraggiare persone che sa essere migliore di lui, dovrebbe analizzare e giudicare innanzitutto se stesso. E chiedersi, soprattutto, per quale ragione le sue emozioni più forti riguardino sempre e solo la vita degli altri, mai la propria. Mio padre era solito ripetermi un detto antico della saggezza abruzzese:
«Fa più danno uno stupido che cento delinquenti».
Non ho risentimenti verso la signora Susanna, sono certo che tornerà il sereno per la mia famiglia ed anche per la sua.
Il tempo aggiusta tutto.
Poi, alla fine, sarà il Padreterno a giudicare [9]».

 


[1] Adesso la signora Cosima, dice: «I chili che sta perdendo mia figlia, li sta prendendo mio marito che si è liberato la coscienza» [Torna su]

[2] L’incidente probatorio è previsto dall’art. 392 e segg. del codice di procedura penale. Consiste nel metodo di acquisizione delle prove durante le indagini preliminari, giustificata dalla necessità di acquisire prima possibile gli elementi di prova che potrebbero deteriorarsi nel corso del tempo. Tuttavia i casi in cui è possibile richiederlo sono tassativamente elencati dalla legge. [Torna su]

[3] Il giornalista Goffredo Buccini, scrive: «Sarah aveva un sogno. E glielo aveva messo in testa proprio Sabrina: “Appena fai diciott’anni, Saretta, ci prendiamo una casa e andiamo a vivere assieme”. Sarah la voglia di stare con quella cugina scafata e ai suoi occhi affascinante doveva sentirla fortissima e dev’essere stato così fino alla fine, perché in fondo c’era una cosa persino migliore che farsi adottare dai Misseri, come chiedeva da quand’era tornata ad Avetrana da Milano, 9 anni fa: dividere con Sabrina, e solo con lei, tutti i momenti del giorno e della notte, come una sorella o, pure meglio, come un’amica, l’amica del cuore». [Torna su]

[4] Infatti, Guede aveva sostenuto che la misteriosa figura era più bassa di lui, mentre Raffaele è più alto di Guede. Raffaele subito pensò che qualcosa non andava ma gli inquirenti non tennero conto di questo particolare. [Torna su]

[5] Chiunque vuole può trovare su questo sito: — http://www.umbria24.it/pdf/conclusioni.pdf — le nuove perizie genetiche sul coltello di Raffaele e sul gancio del reggiseno di Meredith. [Torna su]

[6] «Io dirò, dunque, afferma un autore anonimo», scrive Fulcanelli, «che la materia con la quale è fatta la pietra dei filosofi fu fatta non appena fu fatto l’uomo, e che essa si chiama terra filosofale. Ma nessuno la conosce, tranne i veri filosofi che sono i figli dell’arte». [Torna su]

[7] Gianfranco Gentile, Ernani Barretta: La mia verità, Penscosansonesco, Barretta Ernani Fiorello Editore, 2009. [Torna su]

[8] Ibidem. [Torna su]

[9] Ibidem. [Torna su]