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La luce ha effetto sull’oscurità?

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Si presenta necessaria una premessa per chiarire la scienza ermetica. Difatti, a tutt’oggi l’alchimia per la maggior parte delle persone è stata una scienza che si prefiggeva di trasmutare i metalli meno pregiati in oro. Nel medioevo quasi tutte le persone vi si dedicarono, e sicuramente superò la celebre Corsa all’Oro o Febbre dell’Oro che nel XIX secolo interessò l’America settentrionale dalla California, all’Alaska, al Klondike canadese.
È da aggiungere pure, per onore della verità, che oltre all’oro in sé c’era anche il miraggio del trascendente, del magico, dell’immortalità.
«Di quale passione», scrive Fulcanelli, «di quale respiro, di quali speranze la scienza maledetta avviluppa le città gotiche addormentate sotto le stelle.
Ogni paese offre alla scienza misteriosa un vivaio di discepoli ferventi e uomini di tutte le condizioni sociali si affrettano a offrirle sacrifici. Nobiltà, alta borghesia le si dedicano. Sapienti, monaci, principi e prelati la professano, e nessuno è immune, perfino tra coloro che esercitano un mestiere o tra i piccoli artigiani, orefici, gentiluomini, vetrai, smaltatori, farmacisti, dall’irresistibile desiderio di maneggiare la storta. Poche famiglie sfuggono al pernicioso allettamento della chimera dorata; assai rare sono quelle che non contino nel loro seno qualche alchimista praticante, qualche cacciatore d’impossibile».
Non neghiamo qui la possibilità di trasformare i metalli comuni in metalli preziosi, ma non ci interessa un revival della vecchia febbre dell’oro medioevale, quello che ci interessa è una corsa a tutt’altro oro, cioè a quello dei filosofi, il cui valore non solo è di gran lunga superiore all’oro comune, ma ci permette di raggiungere e possedere il Tesoro dei tesori, «quello che tutte le confraternite ermetiche sperano di trovare», scrive Fulcanelli, «e la cui ricerca costituisce lo scopo dei loro lavori e la ragion d’essere della loro esistenza».
Questo è stato considerato il più grande segreto del mondo, e i nostri vecchi Maestri lo hanno coperto con uno spesso velo nascondendolo nell’intero patrimonio culturale sin dalla più alta antichità.
«Studiando questa scienza incognita», prosegue Fulcanelli, «l’artista può penetrare in un ambito inesplorato, ricco di cose da scoprire, abbondante di rivelazioni, prodigo di meraviglie, e ricevere, infine, l’inestimabile Dono che Dio riserva alle anime elette: la Luce della Saggezza».
Dante Alighieri (Inferno, XXVI, 118-120) mette in bocca a Ulisse queste parole:
«Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscienza».
«Ulisse», scrive un autore anonimo, «in greco è chiamato Odüsseus, composto dei termini odòs, strada, via, e òssomai, vedo, prevedo. Pervenuto nel mondo latino attraverso la variante Olüsseus, òlos, tutto. Quindi Ulisse è “colui che vede tutto con la mente” ».
«Nell’immaginario dell’uomo moderno», scrive un altro autore anonimo, «la figura di Ulisse è il simbolo della ricerca del sapere, di colui che instancabilmente cerca nuove strade e sposta in continuazione i traguardi di quel suo inarrestabile e metaforico viaggio verso ciò che è ancora sconosciuto».
Per avere meglio un’idea della filosofia antica, riporteremo qui dei brani scelti che ritroveremo sia nel libro presente sia nelle opere che seguiranno.

Lo storico George Constable, scrive che «nella grotta delle streghe, a ovest di Genova, nelle profondità di questa, a circa 450 metri dall’ingresso, i cacciatori neanderthaliani lanciavano sassi contro una stalagmite che aveva vagamente la forma di un animale. Il fatto che gli uomini si addentrassero profondamente nella grotta per lanciare sassi, fa pensare ad un’attività che avesse un significato magico».
Quella figura vagamente animale stava simboleggiando l’elementarità insita nell’uomo. Entrare nella grotta ermetica, allegoricamente significa entrare profondamente in se stessi e uccidere con l’illuminazione (pietra ermetica) la nostra parte animale.

Torniamo avanti nel tempo e spostiamoci in Inghilterra, al tempio neolitico di Stonehenge.
Nell’enciclopedia Encarta si legge che «il complesso monumentale di Stonehenge, il più celebre e imponente dell’età neolitica in Europa, era costituito da giganteschi triliti disposti in circolo. La funzione che esso svolgeva presso le popolazioni preistoriche che lo costruirono è tuttora ignota agli archeologi: una delle ipotesi più accreditate è che Stonehenge fosse un sito di osservazioni astronomiche o un tempio in cui avevano luogo rituali religiosi in coincidenza con particolari momenti dell’anno, come i solstizi e gli equinozi».

 

Questo tempio, come i racconti dei miti e delle favole, possiede il suo guardiano. Si tratta della Heel Stone, un antico menhir posto a sud-est del monumento megalitico. Al contrario del tempio in sé, dove i megaliti sono sufficientemente squadrati e lavorati, questo menhir appare totalmente grossolano. È, insomma, identico ai menhir degli allineamenti di Carnac, in Francia, e possiede il medesimo significato, poiché le infinite forme di quei menhir sono simboli eloquenti della variabilità dei caratteri umani che attendono l’illuminazione.

In altre parole, la “grezza” Heel Stone interpreta il soggetto primitivo dell’Opera. È questo menhir la causa dei nostri mali. È lui che, per dirla con Krishnamurti, «ha creato un mondo mostruoso, questo mondo orrendo, brutale, pazzesco, perché gli esseri umani sono brutali, squilibrati, viziosi, solo occasionalmente gentili — soprattutto quando fa comodo».
È lui quello capace di generare guerre sempre più disastrose e capace di consumare, come denuncia Luca Cristaldi, «750 miliardi di dollari che il mondo spende in armi ogni anno. Questa cifra è cinque volte il debito dei 40 paesi più poveri».
Krishnamurti, commenta:
«Settecentocinquantamila milioni di dollari. Non so cosa significhi una cifra del genere, ma questo è quanto si spende ogni anno per cercare di ammazzarci a vicenda. Dopo aver letto una notizia simile, mi chiedo: cosa farà cambiare un essere umano?
Alcuni di noi non sono del tutto certi di voler cambiare, perché questa violenza ci piace. Per alcuni di noi è perfino una fonte di guadagno. Si perpetua l’irresponsabilità dell’addestramento nell’esercito al fine di uccidere migliaia e migliaia di persone ed essere uccisi».
Nel medioevo, scrive Fulcanelli, «prima che fosse tagliata, per servire di base per l’opera d’arte gotica, come per l’opera d’arte filosofale, questa pietra ancora grossolana era lavorata per raffigurare l’immagine del diavolo. Il demonio, rappresentazione della grossolanità materiale opposta alla spiritualità, è il geroglifico della prima sostanza minerale».
La parola “demonio” deriva dal latino tardo daemonium, dal greco daimónios “appartenente alla divinità”. In altre parole un’entità intermedia tra il Divino e l’umano. Nelle antiche religioni era considerato proprio in questo stadio, come segno distintivo della sostanza adatta alla Grande Opera.
Affinché si possa iniziare l’Opera, il nostro primo e fondamentale compito è quello di uccidere questa bestialità. L’anonimo Adepto di Dampierre-sur-Boutonne lo suggerì decorando il cassettone numero otto della quarta serie, come riporta Fulcanelli:
«Questo bassorilievo reca soltanto l’immagine di uno scudo circolare, e la storica ingiunzione della madre Spartana:

.AVT. HVNC. AVT. SVPER. HVNC.

O con lui o sopra di lui. La Natura qui si rivolge ai figli di scienza che si preparano a interpretare la prima operazione. L’artista deve provocare il vecchio drago, guardiano del frutteto delle Esperidi, deve obbligarlo a combattere, e poi ucciderlo senza pietà se non vuole diventare la sua vittima. Vincere o morire, questo è il significato velato dell’iscrizione».


Quindi, o si resta sua vittima per tutta la vita, o lo si uccide.
«Questa pietra ancora grezza, impura, materiale e grossolana», prosegue Fulcanelli, «un tempo la si poteva vedere rappresentata sotto l’aspetto di Satana, a Notre-Dame de Paris; ed i fedeli, in testimonianza di disprezzo e di avversione, andavano a spegnere i loro ceri immergendoli nella bocca che questa statua teneva spalancata. Il popolo la chiamava mastro Pietro del cantone, la pietra maestra d’angolo, cioè la nostra pietra angolare e il blocco primitivo sul quale è costruita tutta l’Opera».
La Grande Opera, quindi, può partire soltanto da questo blocco primitivo che si nutre d’illuminazioni, simboleggiate dalle fiamme delle candele che sono inghiottite o assimilate dalla parte materiale e grossolana. Nella Heel Stone, l’illuminazione primitiva è simboleggiata dal sole sorgente del solstizio estivo, perché in quel giorno, se visto dal centro del monumento, il sole sorge proprio sopra al menhir.

Tuttavia, è stato calcolato che, all’epoca della sua erezione, il sole non sorgeva proprio sopra la Heel Stone, questo grazie allo spostamento dell’asse terrestre (precessione degli equinozi) che permette al sole di sorgere in un altro punto dell’orizzonte.
«Attualmente il primo barbaglio di sole», scrive lo studioso Evan Hadingham, «appare immediatamente a sinistra (ossia a nord) della Heel Stone, e quanto più si recede nel tempo, mediante i calcoli, tanto più a nord si trova il punto settentrionale dove sorge il sole[1]. Nel 2000 a.C., nel momento in cui il sole si era innalzato sufficientemente nel cielo orientale, tanto da colpire con i suoi raggi l’apice della Heel Stone, la sua distanza dall’orizzonte superava un valore pari al diametro dell’astro».
È ovvio che questa posizione era imposta da una necessità esoterica imperiosa. Ritroviamo lo stesso “spostamento” nelle festività che sono seguite, in particolar modo in quelle che fanno riferimento al solstizio invernale. Infatti, la nascita del dio-sole non era festeggiata il 21 dicembre, giorno del solstizio, ma alcuni giorni dopo, cioè il 25 dicembre. Trattando dell’impero romano, lo studioso David Donnini, scrive che «il 25 dicembre era una grande festa per numerosi popoli diversi abbracciati dall’impero; in quel giorno si festeggiava la nascita del dio-sole partorito dalla dea-vergine (Horo partorito da Iside in Egitto, Thammuz partorito da Mylitta, o Ishtar, nelle religioni iranico-caldee), tradizione che era giunta fino a Roma nella forma del culto di Mitra e che era entrato nelle abitudini dei romani».
Proprio sopra al culto del dio-sole Mitra, il Dies Natalis Solis Invicti, il giorno del natale del sole invitto, fu sovrapposto il cristianesimo. Fulcanelli chiede: «Gesù non è forse il nuovo sole che porta la luce nel mondo?».
Quindi, il nostro stesso Natale segue la rigorosa tradizione della Heel Stone e di altri culti solari, e tutti insegnano la medesima cosa, cioè che ormai il sole è non vinto, invincibile.
I Filosofi antichi, dunque, con la loro solita abilità, stabilirono questo importante punto per porlo come segno della loro materia preparata. Cioè che l’illuminazione, la rivelazione spirituale, dopo un tempo più o meno variabile (seconda operazione), è stata assimilata e resa stabile, ossia che ha vinto sul vecchio drago ermetico.
Questo sole invitto trova la sua variante simbolica nella stella. Fulcanelli scrive che «l’immagine dell’astro è indice di unione, di pacificazione e di procreazione, perché stella (dal latino stella) significa fissazione del sole».
È la nostra stella di Natale, simbolo d’illuminazione e di unione (illuminazione psiche).
«Lo studioso», scrive Eugène Canseliet, «non deve confondere il pentagramma con l’esagramma, cioè la stella a cinque punte con quella che ne possiede sei, la prima è la sua indispensabile guida, l’altra il costante richiamo del matrimonio meraviglioso che egli deve suscitare».
Quindi, quando la stella è presentata a cinque punte (pentagramma) indica la quintessenza, il raggio di luce indispensabile che guida il neofito[2] alla realizzazione della pietra dei filosofi (la loro materia preparata) e a quella più importante, la Pietra Filosofale, molto tempo dopo.
La stella a sei punte (esagramma) è sia il segno della pietra dei filosofi, sia quello della Pietra Filosofale. Essa, infatti, è composta da un triangolo col vertice in alto Δ, simbolo del Fuoco, Sole, Dio, e da un triangolo col vertice in basso ∇, simbolo dell’acqua, Creazione, creatura. Questi due simboli sovrapposti formano la Stella dei Magi che sta a indicare il ricongiungimento della creatura col suo Creatore.
Fulcanelli scrive che «alcuni rosoni, emblemi dell’amalgama, hanno un senso particolare che sottolinea ancora di più le proprietà di questa sostanza che il Creatore ha firmato di sua mano. Questo magico sigillo rivela all’artista che la strada seguita è quella giusta e che la mistura filosofale è stata preparata canonicamente. Si tratta d’una figura radiale a sei punte (digamma), chiamata Stella dei Magi, che brilla alla superficie del compost, cioè al di sopra della mangiatoia in cui riposa Gesù, il Bimbo-Re.
Tra gli edifici che ci mostrano i rosoni stellati a sei petali — riproduzione del tradizionale Sigillo di Salomone — citiamo la cattedrale di Saint-Jean e la chiesa Saint-Bonaventure de Lyon (rosoni dei portali); la chiesa di Saint-Gengoult a Toul; i due rosoni di Saint-Vulfran d’Abbeville; il portale della Calenda nella cattedrale di Rouen; lo splendido rosone blu della Sainte-Chapelle, ecc…».
In una leggenda riportata da Fulcanelli si dice che i Saggi che si recarono ad adorare il Bambino, «nella loro lingua erano chiamati Magi, perché glorificavano Dio in silenzio e a bassa voce». Costoro erano «sempre nell’attesa che questa Stella di Felicità apparisse durante la loro generazione».
In un’altra leggenda «la forma della stella sarebbe stata diversa:
“Più i Magi s’avvicinavano a Betlemme, più la stella brillava con splendore; essa aveva la forma di un’aquila, che volasse per aria agitando le ali; al di sopra di essa c’era una croce”».
Nella prima leggenda troviamo la natura di questi Magi, che ci viene svelata dal modo in cui, per dirla con Augustin Bonnetty, «gli antichi popoli d’Oriente conservavano le tradizioni primitive».
Quindi, i Magi interpretano gli iniziati che attendono l’adempimento dei loro segreti desideri, cioè la speranza che il coronamento dell’Opera avvenga in questa esistenza.
Il significato della seconda leggenda non è meno importante. La stella ermetica brilla sempre di più durante l’evoluzione filosofale assumendo la forma dell’aquila, geroglifico della materia che diventa spirituale agitando le ali. Fulcanelli spiega che «far volare l’aquila, secondo l’espressione ermetica, significa far uscire la luce dalla materia e portarla alla superficie», traducendo così il lavoro dell’arte, mentre il lavoro della natura è simboleggiato dalla croce, emblema d’illuminazione.
L’aquila, per la maestosità del volo e le altezze in cui vola, fu posta dai Saggi come simbolo d’intelligenza. Lo stesso Dante (Inferno, IV, 95-96 ), parlando di Omero, scrisse: Quel signor dall’altissimo canto, che sopra gli altri com’aquila vola.
Eugène Canseliet scrive che «alla vigilia dell’Epifania, tre canonici che raffiguravano i Re-Magi, la fronte cinta da una corona, erano vestiti uno di nero, l’altro di bianco e il terzo di rosso. Vestiti in tal modo, durante l’uffizio della stella, adoravano il Bimbo divino nella mangiatoia e gli cantavano il Salute! Principe dei Secoli (Salve Princeps Sæculorum) prima di offrirgli l’oro l’incenso e la mirra».
I Re-Magi sono vestiti con i tre colori dell’Opera, per indicare che in questo caso stanno personificando le tre operazioni principali, mentre l’oro, l’incenso e la mirra esprimono la proporzione del Magistero. Fulcanelli spiega che «la proporzione regolare e naturale esige due parti di solvente per una di corpo fisso». Quindi, l’oro dei filosofi, o filosofico, cioè la loro materia basica e fissa. Il fuoco segreto o potenziale, solvente o volatile (spirituale), che sorge dalla materia primitiva. Il fuoco solare o virtuale, cioè Fuoco, Sole, Dio, poiché, insegna Fulcanelli, che «l’Opera, sottomessa all’influenza dell’astro, non può venire eseguita senza la collaborazione dinamica del Sole». Questo fuoco solare è rappresentato dall’incenso. L’incenso è il profumo che si “sente” quando si entra all’interno di una cattedrale, o basilica, o chiesa, ecc., variante della luce delle candele, a sua volta simbolo dello Spirito Santo, Luce del mondo, che spande i suoi raggi per tutti. Il fuoco segreto è indicato dalla mirra che è un olio profumato. «È l’Olio di Cristo o di cristallo (vitri oleum)», scrive Fulcanelli, «e poiché conduce al successo l’artista tanto fortunato da scoprirlo e da prepararlo, è stato chiamato dai nostri predecessori col nome di Olio della vittoria».
Quest’Olio della vittoria è salutato col titolo di Principe dei Secoli, cioè lo spirito imperituro che si prepara per ricevere il Dono dalle mani del Phæbe Domine.
Di cosa stiamo parlando? Lo storico Gerry Bowler, scrive che «nel medioevo, la Dodicesima Notte si consumava un dolce chiamato gâteau des roi[3], o “Dolce della fava”, dall’usanza di nascondere una fava. La persona che trovava la fava diventava il Re e presiedeva i festeggiamenti della serata. Si tagliava il dolce in tante fette quanto era il numero degli ospiti, e un bambino seduto sotto la tavola stabiliva a chi doveva andare ogni singola fetta, finché non si scopriva la porzione che conteneva la fava».
«Il padrone della casa in cui si svolgeva la festa», spiega Eugène Canseliet, «faceva precedere la domanda per chi? al fanciullo nascosto sotto la tavola, dal Phæbe Domine! Signor Febo! in un certo senso sacramentale e che, nell’assonanza, dava origine al gioco di parole cabalistico: Phæbe Domine! o Signore della Fava! Quella fava di cui si parla nel banchetto di Plutarco, che era adorata come una divinità e che gli antichi egizi conservavano nei loro tempi, misteriosamente nascosta sotto un velo, così com’è dissimulata nella pasta delle nostre focacce, e poi sotto il tovagliolo.
La fava non è altro che il simbolo del sole, che secondo la mitologia riceveva il nome di Febo, è anche quell’oro nascente, dispensatore di ogni piacere sulla terra. È bene che si noti che la fava della Focaccia dei Re è spesso sostituita con un minuscolo bimbo, chiamato bagnante. Questo segno rinnova, nella Grande Opera ermetica, l’Epifania che suscitò la stella trionfatrice su tutti gli astri del cielo».
«La Focaccia dei Re», scrive Fulcanelli, «che è usanza dividere tra i membri della famiglia il giorno dell’Epifania, celebre festa che ricorda la manifestazione di Gesù Cristo bambino ai Re-Magi e ai gentili, è segnata come lo è la stessa materia e contiene nella pasta il piccolo bambino popolarmente chiamato bagnante. Segnaliamo, anche, un’altra forma emblematica più rara, ma non meno luminosa. In una famiglia di amici, presso la quale eravamo stati invitati a dividere la focaccia con gli altri, vedemmo sulla crosta, e non senza sorpresa, una quercia che allargava i suoi rami, al posto delle incisioni a losanghe che sono usate normalmente. Al piccolo bagnante era stato sostituito un pesce di porcellana, e questo pesce era un sole[4] (dal latino: sol, solis, il sole)».
I gentili, dal latino gentiles, indica le gentes, vale a dire i popoli lontani dalla fede del “vero” Dio. Cioè quello che dovrà rivelarsi o manifestarsi, infatti, il latino Epiphania deriva dal greco, Epiphàneia, che significa “manifestazione”.
Fulcanelli, aggiunge:
«Prosternatevi magi dell’Oriente e voi dottori della legge. Abbassate la fronte, principi sovrani di Persia, d’Arabia e dell’India! Guardate, adorate e tacete, perché non sapreste comprendere. Questa è l’Opera Divina, soprannaturale, ineffabile, della quale mai nessun mortale penetrerà il mistero. L’antica profezia si è infine realizzata. O miracolo! Dio, padrone dell’Universo, s’incarna per la salvezza del mondo e nasce, sulla terra degli uomini, sotto le fragili spoglie di un piccolo neonato».
Krishnamurti, conferma:
«È l’ignoto assoluto, con la sua strana innocenza, i cui occhi non sono mai stati sfiorati».
Un’antica profezia dice:
«Tutte le razze della terra sono chiamate a piegare il ginocchio dinanzi alla grotta di Betlemme».
Ogni essere umano dovrà inginocchiarsi e abbassare la fronte davanti a questo grande mistero.
Il fedele musulmano, o indù, prima di poter sperare di contemplare l’Epiphàneia, allo stesso modo del fedele cristiano deve riuscire a entrare all’interno del suo santuario, saper trovare la chiave che dona l’accesso.
«I filosofi», scrive Canseliet, «sanno che gli indegni sono privi, alla base, della grazia efficiente della vocazione e, per conseguenza, dell’amore, del coraggio e della pazienza necessari.
Il grande sforzo richiesto li arresta prontamente sulla soglia del palazzo reale, nel quale non si entrò mai senza preparazione adeguata. In fondo la Verità è semplice, non lo ripeteremo mai abbastanza».
La Caaba, l’edificio cubico in pietra collocato al centro del cortile della Grande moschea della Mecca, va osservata proprio secondo la vecchia scienza. La sua origine è forse superiore a quella di Stonehenge, dato che si perde nella notte dei tempi. Il suo nome Ka’aba deriva dall’aramaico e significa propriamente “cubo”.

All’esterno dell’edificio, nel lato sud-est, cioè in direzione dell’alba del solstizio invernale, è incastonata, in una cornice d’argento, una pietra nera che, si dice, essere caduta dal cielo, allo stesso modo di Cibele, la dea adorata a Pessinunte, in Frigia, sotto la forma di una pietra nera caduta dal cielo.
È vero che questa pietra, secondo la tradizione musulmana, è nera in quanto avrebbe assorbito tutti i peccati del mondo, ma è la pietra fondamentale di ogni religione. Scrive Canseliet che «tutta la verità, tutta la Filosofia, tutta la Religione si basano su quest’unica pietra sacra. Molti uomini, pieni di presunzione, si credono capaci di fabbricarla; eppure, quanto sono rari gli eletti abbastanza semplici, abbastanza sapienti, abbastanza abili da riuscirvi!».

«La nostra pietra nera», scrive Fulcanelli, «coperta di stracci, è lordata da tante impurità ed è assai difficile sbarazzarsene completamente. Per questa ragione è importante sottoporla a parecchie levigazioni — che sarebbero le laveures (lavaggi) di Nicolò Flamel — per pulirla a poco a poco dalle sue lordure, dallo sporco incrostato, eterogeneo e tenace che l’avvolge, e per vederla assumere, a ogni nuova levigazione, un maggiore splendore, una maggiore levigatezza e brillantezza».
La pietra nera, rivolta verso l’alba del solstizio invernale, traduce esotericamente lo stesso significato della Heel Stone a Stonehenge, rivelandoci che la Caaba, ossia la pietra cubica, dev’essere ancora da realizzare.
«Questa pietra cubica», scrive Fulcanelli, «della quale l’arte deve tagliare le sei facce secondo le regole della geometria occulta, appare in via di formazione in uno strano bassorilievo del XVII secolo, che decora la fontana del Vertbois, a Parigi.
Una enorme pietra è fissata solidamente ad una nave con la quale forma un tutt’uno. Il vascello, visto posteriormente, sembra che s’allontani dallo spettatore e mostra che il suo procedere è assicurata dalla vela di mezzana, ad esclusione delle altre. Soltanto questa vela, dunque, riceve la spinta dal vento, che soffia da poppa; soltanto essa trasmette quell’energia alla nave che scivola sulle onde.
Finché questa pietra resta legata alla nave ermetica, come abbiamo già detto, dev’essere considerata in via di elaborazione. Quindi bisogna, evidentemente, aiutarla a continuare la traversata, affinché né le tempeste, né gli scogli, né i mille incidenti del viaggio ritardino il suo arrivo al porto benedetto verso il quale, poco per volta, la natura la dirige. Il compito dell’artigiano è di facilitare questo viaggio, di prevedere e allontanare le possibili cause di naufragio, di mantenere il vascello, carico del prezioso fardello, sulla giusta rotta.
Ora la parola greca plate ha contemporaneamente il significato di vascello e quello di vaglio. Quest’ultimo è una specie di conchiglia di vimini. Questo vaglio non è altro che la matrice, il vascello portatore della pietra».
Così, la piccola pietra nera incastonata nella Caaba, è la variante ermetica della pietra legata alla nave e, allo stesso modo della vela di mezzana del vascello, assicura la realizzazione perfetta della pietra cubica.
Da parte sua il fedele musulmano, come i Magi, per tradizione intraprende il lungo pellegrinaggio che lo porta alla Caaba, pellegrinaggio che egli deve compiere almeno una volta nella vita.
Lo stesso pellegrinaggio è assai gravido di significati, come leggiamo nel portale Insenegal:
«Il terzo giorno si celebra l’aid al’Adha la festa del sacrificio. Prima dell’alba i fedeli si trasferiscono a Mina dove avviene la “lapidazione di Satana”, con il lancio dei sassolini verso una struttura in pietra bianca. Secondo la tradizione, questo rito affonda le sue radici nella storia di Abramo.
I pellegrini tornano a Mecca, dove compiono un altro rito essenziale dell’Hajj: il tawaf, la circuambulazione, per sette volte e in senso anti-orario, della Ka’aba».
Il rituale della lapidazione di Satana, la cui origine si perde anch’essa nella notte dei tempi, traduce perfettamente sia il cerimoniale che svolgevano i cacciatori neandertaliani nella grotta delle streghe, sia il rituale che si svolgeva nella cattedrale di Notre-Dame de Paris; perché sia i ceri accesi, sia le pietre, ermeticamente simboleggiano le illuminazioni.
Al riguardo della circuambulazione, Bianca Capone scrive che «si diceva che il vescovo di Chartres, nel medioevo, facesse delle processioni circolari».  «Si tratta», scrive Fulcanelli, «d’una variante della processione che Giosuè fece fare sette volte intorno a Gerico, i cui muri caddero prima dell’ottavo giro (Giosuè, VI, 16)».
I pellegrini tibetani, segnala Evan Hadingham, «girano intorno ad una roccia sulla quale tengono appoggiato un ciottolo e mantenendo sempre la stessa direzione nel girare, finché il ciottolo non si è triturato, dopo di che prendono la polvere di pietra col dito e la leccano».
Così, come la fiamma delle candele veniva “inghiottita” dalla parte materiale, allo stesso modo veniva assimilata la polvere mistica.
«Rimettete la porzione pura della polvere ottenuta nella vostra amalgama», scrive Fulcanelli, «che sigillerete ancora nello stesso vaso. Ripetete per la terza volta e non ci ringraziate. I vostri ringraziamenti devono essere rivolti al Creatore. Per noi, che non siamo che un punto di riferimento posto sulla grande via della Tradizione esoterica, non reclamiamo nulla, né ricordo, né riconoscenza, dovete soltanto preoccuparvi per gli altri quanto noi ci siamo preoccupati per voi».

In questo modo, i Magi, o gli iniziati, possono attendere con la speranza che la Stella di Felicità appaia in questa esistenza. Infatti, il bambino sotto la tavola domanda per chi? Quindi, il Tesoro dei tesori, il dispensatore di ogni piacere sulla terra, non è per tutti.
«Ahimè! quanti, tra la massa dei ricercatori, possono vantarsi di arrivare al traguardo», scrive Fulcanelli, «di vedere, con i propri occhi, aprirsi quella prigione, che è chiusa per sempre per la maggioranza!».
«Se cerchiamo il Grande Segreto», aggiunge Canseliet, «è, certamente, nella speranza di trovarlo. Ma, ahimè! Non è necessariamente nel nostro destino che si arrivi al fine supremo e che si acceda allo stato sublime».
Perché la prigione risulta chiusa per sempre per la maggioranza? Tutto dipende da quell’elementarità che si va a uccidere all’interno della grotta, dal suo naturale stato evolutivo e dal tempo stesso che ci viene concesso.
«Soltanto grazie alla Grande Opera», scrive Canseliet, «è possibile sfuggire, quaggiù, al tracciato inesorabile della curva fatale, dapprima ascendente, poi discendente e regressivo, e sottrarsi al processo inevitabile della nascita, giovinezza, maturità, vecchiaia, concluso dalla decrepitezza e dalla morte».
Quindi, il bambino nascosto sotto la tavola, perché invisibile agli occhi dell’uomo dato che personifica il Destino, dà la torta poiché il fuoco segreto si nutre del fuoco solare, ma questo fuoco segreto ce la farà a ricevere dal Destino la fava? Questa è stata sempre la preoccupazione di ogni filosofo. Lo stesso Canseliet, come adepto esposto agli occhi del mondo, all’età di 73 anni (1972) scriveva:
«Già molto avanti negli anni, immaginiamo facilmente la derisione nella disgraziata eventualità che ci sorprendesse la morte senza che fossimo giunti al termine dei nostri sforzi, cioè senza che avessimo ricevuto il Dono di Dio».

 


 

[1]L’archeoastronomo Aldo Tavolaro spiega che «le amplitudini massime del sole iniziano da 23 gradi e mezzo all’equatore e giungono a 90 gradi al polo. L’amplitudine massima è la distanza angolare sull’orizzonte a partire dal punto cardinale est allorché il sole sorge alle date dei solstizi. Per esempio, all’equatore il sole sorge al solstizio d’estate 23 gradi e mezzo più a sinistra del punto est; alla latitudine di Roma (42°) sorge 32° più a sinistra; a quella di Stonehenge (51°) raggiunge i 40° ed al polo tocca i 90° ed è quel giorno che al polo il sole praticamente gira intorno all’orizzonte dell’osservatore senza tramontare mai». [Torna su]

[2]La parola “neofito” indica colui che è nuovamente nato, cioè nella rinascita mistica. Deriva dal latino neophitus, a sua volta dal greco neóphytos, da neó, nuovo e phytos, nato. [Torna su]

[3]Anche galette des roi (focaccia dei Re) che lega il vocabolo francese al greco gala, che significa latte. [Torna su]
[4]Francese: sogliola. [Torna su]
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[1]L’archeoastronomo Aldo Tavolaro spiega che «le amplitudini massime del sole iniziano da 23 gradi e mezzo all’equatore e giungono a 90 gradi al polo. L’amplitudine massima è la distanza angolare sull’orizzonte a partire dal punto cardinale est allorché il sole sorge alle date dei solstizi. Per esempio, all’equatore il sole sorge al solstizio d’estate 23 gradi e mezzo più a sinistra del punto est; alla latitudine di Roma (42°) sorge 32° più a sinistra; a quella di Stonehenge (51°) raggiunge i 40° ed al polo tocca i 90° ed è quel giorno che al polo il sole praticamente gira intorno all’orizzonte dell’osservatore senza tramontare mai».