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L’anonimo Adepto di Dampierre-sur-Boutonne decorò, a questo proposito, il cassettone numero cinque della terza serie.
«Due pellegrini», scrive Fulcanelli, «provvisti ciascuno del proprio rosario, s’incontrano in prossimità d’un edificio — chiesa o cappella  — che distinguiamo sullo sfondo. Uno di questi due uomini, assai vecchi, calvi, con la barba lunga, vestiti allo stesso modo, sostiene il suo passo con l’aiuto di un bastone, l’altro che ha la testa protetta da uno spesso cappuccio, sembra provare una viva sorpresa dell’avventura, ed esclama:

.TROPT. TART. COGNEV. TROPT. TOST. LAISSÉ.

Troppo tardi conosciuto, troppo presto lasciato.
Parole da soffiatore deluso, felice di riconoscere alfine, al termine della sua lunga strada, quell’umido radicale tanto ardentemente desiderato, ma desolato d’aver perso, in lavori inutili, il vigore fisico, indispensabile alla realizzazione dell’Opera con questo compagno migliore. Perché si tratta proprio del nostro fedele servitore, del mercurio, qui raffigurato sotto l’aspetto del primo vegliardo. Un piccolo particolare lo segnala all’attenzione dell’osservatore sagace: il rosario ch’egli tiene, forma con il bastone da pellegrino l’immagine del caduceo, attributo simbolico di Ermes.
Quanto al vecchio alchimista così felice di quest’incontro, se non ha saputo finora dove cercare il mercurio, dimostra però quanto gli sia familiare la materia, perché il suo rosario, geroglifico parlante, rappresenta il cerchio sormontato dalla croce, simbolo del globo terrestre e firma del nostro piccolo mondo. Si comprende, allora, perché lo sfortunato artista è dispiaciuto per questa conoscenza troppo tardiva, e per la sua ignoranza di una sostanza comune, che aveva a portata di mano, senza aver mai pensato che essa potesse procurargli l’acqua misteriosa, invano cercata altrove…».
Il vegliardo ermetico rappresenta l’illuminazione o rivelazione spirituale e, per estensione, come scrive Eugène Canseliet, «il segretissimo mercurio, cioè il reale artigiano del lavoro». Infatti, spiega Fulcanelli che «la morte del vegliardo fa nascere il bambino e gli assicura vitalità. Filalete ci avverte che è necessario, per raggiungere lo scopo, uccidere il vivo per far risuscitare il morto».
Sul secondo personaggio Fulcanelli è piuttosto reticente, dapprima lo chiama soffiatore: in questo modo i Filosofi indicavano chi divulgava la scienza che a modo suo aveva interpretato. Alla fine lo chiama vecchio alchimista, ma è difficile credere che un vecchio alchimista non conoscesse il segreto del leale servitore del filosofo. In realtà Fulcanelli ha preferito non divulgare ciò che il cassettone di Dampierre mostra chiaramente con la sua chiesa o cappella. Pertanto, volendo ristabilire la verità, l’incontro del vegliardo ermetico avviene con un vecchio religioso, per la precisione un vecchio e familiare frate. Possiamo così interpretare il pensiero del Saggio di Dampierre rivolto esclusivamente all’uomo religioso, cioè che la sua preoccupazione non dev’essere certo quella di venire a conoscenza della verità, ma casomai quella di venirne a conoscenza troppo tardi.
Krishnamurti constata che «chi è veramente serio in questa materia ha cercato di trovare la totalità della vita nel digiuno, nella tortura, nei modi più svariati. Conobbi una persona che aveva lasciato la casa a vent’anni. Un uomo davvero straordinario. Quando lo conobbi aveva settantacinque anni, e dall’età di venti aveva rinunciato a tutto ed era passato di maestro in maestro. Non faccio i nomi perché non sarebbe corretto. Poi venne a parlare con me. Mi disse: “Sono andato da tutti questi maestri a chiedere se potevano aiutarmi a trovare Dio. Dall’età di vent’anni ho percorso tutta l’India, sono una persona seria. Ma nessuno di loro mi ha rivelato la verità. Ho conosciuto i personaggi più famosi, i più impegnati nell’attivismo sociale, quelli che parlano continuamente di Dio, e dopo tutti questi anni ritorno a casa senza niente. Poi è arrivato lei, e non ha detto una sola parola su Dio. E neppure ha parlato della via che conduce a Dio. Ha parlato della percezione, di vedere ciò che è e di superarlo. Ciò che c’è al di là è il reale, non ciò che è”. Un uomo di settantacinque anni.
Al suo racconto mi commossi fino alle lacrime: passare tutta la vita così, proprio come accade nel mondo degli affari. Andare per cinquant’anni in ufficio, un giorno dopo l’altro, e alla fine… la morte».
Quindi, ciò che conta è possedere ancora il vigore fisico.

Krishnamurti constata che «chi è veramente serio in questa materia ha cercato di trovare la totalità della vita nel digiuno, nella tortura, nei modi più svariati. Conobbi una persona che aveva lasciato la casa a vent’anni. Un uomo davvero straordinario. Quando lo conobbi aveva settantacinque anni, e dall’età di venti aveva rinunciato a tutto ed era passato di maestro in maestro. Non faccio i nomi perché non sarebbe corretto. Poi venne a parlare con me. Mi disse: “Sono andato da tutti questi maestri a chiedere se potevano aiutarmi a trovare Dio. Dall’età di vent’anni ho percorso tutta l’India, sono una persona seria. Ma nessuno di loro mi ha rivelato la verità. Ho conosciuto i personaggi più famosi, i più impegnati nell’attivismo sociale, quelli che parlano continuamente di Dio, e dopo tutti questi anni ritorno a casa senza niente. Poi è arrivato lei, e non ha detto una sola parola su Dio. E neppure ha parlato della via che conduce a Dio. Ha parlato della percezione, di vedere ciò che è e di superarlo. Ciò che c’è al di là è il reale, non ciò che è”. Un uomo di settantacinque anni.

Al suo racconto mi commossi fino alle lacrime: passare tutta la vita così, proprio come accade nel mondo degli affari. Andare per cinquant’anni in ufficio, un giorno dopo l’altro, e alla fine… la morte».